Come si dice rottamare in slang hollywoodiano? Semplice, non si dice. Nel genere sportivo e nel genere action, il vocabolo non esiste: le nuove leve rimangono al palo, i bamboccioni vivacchiano, le vecchie glorie al chiodo non appendono nulla. Cachet in primis.

Ennesima riprova, due arzilli vecchietti sul ring a 70 e 67 anni suonati, e non è il remake di Cocoon, né lo spot del Gerovital. Almeno anagraficamente, il titolo originale è fedele: Grudge Match, l’incontro del risentimento, del rancore, covato per lunghi anni e rimuginato per una teoria di primavere. Viceversa, l’Italia che è un paese per vecchi l’ha ribattezzato Il grande match, dal 9 gennaio al cinema.

Ma Robert De Niro e Sylvester Stallone non sono stupidi: prima dei guantoni, incrociano l’autoironia, ma all’incontro stampa a Roma rileggono Cicerone e mettono in scena il De senectute: “Invecchiando capisci che molte cose perdono d’importanza e faresti meglio a prendere quel che viene con maggiore leggerezza”, chiosa Bob, e rispolvera la coperta corta, perché “ancora oggi c’è un pubblico che ci segue, ho avuto tanto successo, e gli unici rimpianti o rimorsi fanno parte della mia sfera privata, nulla che voglia raccontare in pubblico”. Insomma, Toro scatenato vive e lotta ai giardinetti, ma in veneranda compagnia: “Invecchiare confessa Stallone – può essere davvero frustrante, perché se inizi a comprenderne meglio alcune cose, allo stesso tempo percepisci che la vita sta volgendo al termine”.

E allora botte, allora Henry “Razor” Sharp (Stallone) e Billy “The Kid” McDonnen (De Niro), che da Pittsburgh conquistarono tutti gli States anni 80 con una rivalità da antologia: “La boxe è molto più di due persone che fanno a pugni, e Rocky era anche una storia d’amore”, anzi, rincara la dose Bob, “il pugilato è la battaglia dal giorno in cui nasci a quello in cui muori”. Dunque, due mediomassimi senza mezze misure, tutti cuore, sudore e rabbia, capaci di vincere e perdere un match a testa, nell’attesa dello spareggio. Che mai si realizzò: 1983, Razor sputa il paradenti e annuncia il ritiro, senza se e senza spiegazioni. Tranne la solita: cerchez la femme. E che femme: Kim Basinger, più bionda che cenere, più gatta che morta, 60 anni e non farli vedere.

Stava con Razor, ma cedette – per un altro rancore – a Kid e spaccò il quadrato in quattro: Kid, Razor, lei e il figlio avuto da Kid. Come mettere insieme i pezzi? Ovvio, con quella “vecchiaia che può aiutare a sistemare alcune vicende rimaste in sospeso, a redimerti per alcuni errori commessi in passato”. Stallone il saggio recita il mea culpa, e tiene il tempo che passa: “A una certa età hai delle limitazioni e non puoi più fare certi ruoli, per cui oggi cerco di interpretare qualcosa di più emotivo, anche perché sono un attore migliore di 30 anni fa”.

Ma ha la coda di paglia: dopo aver recentemente tentato con Escape Plan e l’amico-nemico Arnold Schwarzenegger una fuga dall’ospizio spacciata per fuga dall’inferno, il 28 agosto porterà sui nostri schermi I mercenari 3, l’ennesima nostalgica rimpatriata dell’action che fu, con una pletora di ex nerboruti, da Schwarzy a Mel Gibson, passando per Banderas e Harrison Ford. Non bastasse, se Rocky VII dorme sonni tranquilli, Balboa farà comunque capolino in Creed, incentrato sul nipote del mitologico Apollo dei primi due film della saga, mentre De Niro sarà presto a bordo ring in Hands of Stone, nel ruolo dello storico allenatore del boxeur Roberto Duran. In attesa dell’elisir di giovinezza 2.0: “Chissà che in un giorno non lontano De Niro – non si possa rifare tutto da capo”. Sì, Cocoon boxa insieme a noi: i giovani possono crepare. E non solo d’invidia.

Dal Fatto Quotidiano dell’8 gennaio 2014