Uno spettro si aggira per l’Europa: l’Asset Quality Review.

Dietro la rassicurante sigla anglofona si nasconde il prossimo round dello scontro negoziale tra i Paesi “core” e i Paesi “periferici” dell’Area Euro.

Chiariamo subito di cosa si tratta: il percorso che porterà all’annunciata Unione Bancaria e alla conseguente vigilanza esclusiva della Bce su tutte le banche di dimensioni “sistemiche”, passa per le forche caudine di un esame preliminare sulla solidità e sulla trasparenza dei bilanci di ciascuna di esse.

L’esame dovrà essere esperito secondo criteri condivisi e, soprattutto, estremamente rigorosi, giacché prima di liberare le autorità di vigilanza nazionali dalla responsabilità del controllo sulle banche più grandi, la Bce vuol esser certa di partire da una situazione sana: il gruppone degli ammessi alla vigilanza “europea”, insomma, non dovrà includere zombie.

Fin qui nulla di strano.

Sono anzi del tutto ragionevoli e consequenziali all’Unione Monetaria sia la scelta di affidare la vigilanza sugli intermediari più rilevanti a una sola autorità sovranazionale, sia l’ovvio corollario di un quadro di regole certo e omogeneo.

Come è anche assolutamente condivisibile la scelta di affidare proprio alla Bce il compito di “cane da guardia” del nascente sistema bancario unificato, onde lasciare nelle mani di un solo soggetto sia le decisioni di politica monetaria, sia la sorveglianza sul suo principale canale di trasmissione (per una volta, anzi, sono stati contraddetti i sacri testi teutonici che pretendono di separare l’inseparabile, fingendo che le banche siano imprese come tutte le altre e la moneta una merce qualsiasi).

Quello che invece non va è la forma del processo decisionale che sta a monte di quel “quadro di regole certo e omogeneo” di cui parlavo prima, in una con la totale assenza di dibattito politico sul tema.

Chi le stabilisce le regole? Perché non c’è un’assemblea che vota? Perché gli elettori dei Paesi della Zona Euro non possono dire la loro?

Come al solito, la sconfortante risposta è: boh.

O meglio, volendo essere meno sarcastici dovremmo rispondere che a decidere sarà la Bce nel quadro delle procedure previste dai Trattati a tutela della propria indipendenza: ancora una volta decisioni che influiranno in materia determinante sul nostro futuro vengono contrabbandate per questioni tecniche, al fine di sottrarle al controllo democratico e consegnarle nelle mani dei 23 burocrati del Consiglio Direttivo di Francoforte.

Per meglio chiarire la gravità di quello che sto scrivendo farò uno solo dei tanti esempi che avrei a disposizione.

Una tra le decisioni più importanti che la Bce dovrà prendere durante l’Aqr concernerà il “valore di ponderazione” da assegnare ai Titoli di Stato.

A oggi i Titoli di Stato detenuti dalle banche soggette alle regole di Basilea non sono computati nei calcoli effettuati dalle autorità di vigilanza per stabilire quale debba essere il capitale minimo necessario per operare. Detto in lingua bancaria essi hanno sempre avuto ponderazione zero.

Secondo alcuni brillanti adoratori del Moloch di Francoforte la ponderazione dei Titoli di Stato dovrebbe invece assumere un valore superiore.

Immaginiamo che il valore di ponderazione dei TdS passi da 0 al 20% (percentuale attualmente applicata al debito emesso dalle banche); considerando che il capitale di vigilanza (Core Tier I) si calcola secondo la formula

K= 8%*P*T

(dove P è il coefficiente di ponderazione e T il valore del portafoglio investito in Titoli di Stato), ne deriverebbe che 100 euro investiti da una qualsiasi banca in Bot, Bund o Bonos genererebbero un fabbisogno di capitale aggiuntivo pari a 1,6 euro.

Provate un po’ a indovinare quali sono le banche europee che più hanno investito in Titoli di Stato?

Sono sicuro che avete azzeccato al volo la risposta: le istituzioni finanziarie residenti in Italia hanno a oggi in carico circa 817 miliardi di euro di debito pubblico dei quali ben 455 in titoli: applicando la nostra formula calcoliamo senza molta difficoltà un capitale teorico aggiuntivo che può arrivare a 13 miliardi di Euro.

Chiaro? Fino a 13 miliardi di capitale in più per le istituzioni finanziarie italiane e ancora non abbiamo messo mano a sofferenze e derivati!

Come viene giustificata questa ipotesi suicida?

Il Governatore della Bundesbank Jens Weidmann non perde occasione per ribadire che l’applicazione di regole più severe al possesso di Titoli di Stato è un modo per rendere i mercati finanziari più stabili.

Dietro un’affermazione che pare trasudare buon senso c’è però ben altro obbiettivo: separare le sorti dei sistema finanziario europeo da quelle dei bilanci dei singoli Stati dell’Area Euro, in modo da evitare che l’instabilità di Roma, Madrid o Lisbona contagi Berlino.

Insomma, se l’unione monetaria serve ad agevolare le esportazioni di Bmw e il drenaggio di risparmio verso il Bund è molto figa; se può generare rischi per gli equilibri di bilancio tedeschi non è più figa.

E il Governo italiano come risponde?

In un mondo normale Letta aprirebbe immediatamente un tavolo di crisi con gli altri leader della Zona Euro per discutere in maniera trasparente e rendicontabile lo stato dell’arte dell’Aqr ed evitare quel che di solito accade: gran ronfare mentre gli altri prendono le decisioni e poi pretendere che la gente si sobbarchi fatiche di Sisifo cantando gioiosamente “ce lo chiede l’Europa”.

Purtroppo, però, non mi risulta che l’abbia fatto.

Sapete che vi dico? Se non ci fosse Renzi con il suo “Jobs act” sarei davvero preoccupato.