La Cassazione ha annullato qualche giorno fa il sequestro Ilva. E’ una pessima notizia per tanti motivi. Si trattava di un sequestro preventivo; garantiva che il profitto dei reati commessi dai Riva fosse confiscato in caso di sentenza di condanna. I presupposti del sequestro erano dunque importanti: secondo il giudice i reati sussistevano e i Riva ne erano colpevoli; diversamente non avrebbe disposto il sequestro. Il provvedimento era anche assai prudente: non si sequestravano i beni di Ilva che, aveva detto il giudice, dovevano servire al ripristino della sicurezza degli impianti; ma quelli dei Riva e dunque di Riva Fire holding, proprietaria di Ilva. Si trattava di una bella somma: più di 8 miliardi, di cui 2 già concretamente sequestrati. Adesso dovranno essere restituiti.   

Da voci raccolte in Cassazione i motivi dell’annullamento sarebbero tre: il giudice avrebbe individuato beni da sequestrare senza la richiesta del Pm; alcuni dei reati contestati ai Riva non erano previsti dalla legge come presupposto del sequestro; il risparmio su spese per la sicurezza non poteva essere considerato profitto illecito. Si tratta di voci e dunque occorrerà attendere la sentenza. Allo stato, però, mi sembra si tratti di motivazioni sbagliate.    Se il Pm aveva omesso di indicare alcuni beni su cui eseguire il sequestro, l’annullamento avrebbe dovuto riguardare solo questa parte del provvedimento; per quelli indicati il sequestro doveva essere mantenuto.  Nessun rilievo dovrebbe avere la circostanza che alcuni dei reati contestati ai Riva non prevedevano il sequestro preventivo; ne bastava uno per legittimarlo.   

Ma, soprattutto, è discutibile la tesi per cui il profitto conseguente a una consapevole omissione dolosa non costituisce provento di reato. Esistono reati commissivi e omissivi. Commissivo è un reato di falso in bilancio; redigo consapevolmente un bilancio falso che mi assicura un certo profitto. Questo profitto è illecito e può essere sequestrato preventivamente. Ometto di spendere soldi per l’adozione di misure di sicurezza che la legge considera obbligatorie; tanto che, se non adottate, commetto il reato di cui all’art. 437 codice penale. Ovviamente conseguo un profitto, consistente nei soldi risparmiati. Secondo la Cassazione – pare – questo profitto non può essere considerato illecito e non può quindi autorizzare un sequestro preventivo. Non sembra molto convincente. Ma la ragione per cui la sentenza in questione mi sembra assai preoccupante è che si inserisce in una corrente di pensiero, già propria della Corte Costituzionale (sentenza 85/2013) che, sostanzialmente, subordina il diritto alla salute alle necessità della produzione e del lavoro. La Corte Costituzionale lo ha detto chiaramente: “Non esiste una gerarchia tra i diritti fondamentali, i quali piuttosto vanno bilanciati, in sede politica, secondo un criterio di ragionevolezza. Il bilanciamento realizzato con il decreto salva Ilva è ragionevole, trattandosi di assicurare una tutela concomitante del diritto al lavoro e dell’iniziativa economica”. E ora la Corte di Cassazione nega che il ricavato delle condotte illecite volte a ottimizzare i proventi dell’ “iniziativa economica” a danno della salute dei lavoratori e della cittadinanza costituisca profitto del reato.   

La tesi, va detto con chiarezza, è inaccettabile. Ilva, se produce, ammazza. Forse, una volta messa in sicurezza, non ammazzerà più; ma, fino ad allora è irragionevole consentirle di produrre. E – sia chiaro – far funzionare i macchinari per metterli in sicurezza non ha nulla a che fare con la produzione. Per dirne una, le aree di stoccaggio dei materiali non avrebbero ragione di esistere e una delle più gravi fonti di inquinamento sarebbe eliminata. Per mettere l’azienda in sicurezza servono soldi. Lo Stato non ne ha; e, d’altronde, è irragionevole che sia lo Stato a caricarsi di un compito che spetta all’imprenditore. I Riva hanno più volte dimostrato che le risorse illecite accantonate con il ricavato dell’omissione dolosa di procedure di sicurezza intendono tenersele ben strette.   

In questo quadro sembra evidente che le ragioni del diritto siano state piegate a quelle dell’economia. Non è cosa buona. Non in sé. E non come precedente.

il Fatto Quotidiano, 24 Dicembre 2013