Domani sarà trascorso un anno dalla morte di Jika. Un manifestante, un ragazzo, uno delle migliaia di egiziane ed egiziani che hanno perso la vita a partire dalla “rivoluzione del 25 gennaio” del 2011, che segnò la fine dell’era Mubarak ma non del potere autoritario e dell’impunità.

La mattina del 20 novembre 2012 Jika, il nomignolo con cui tutti conoscevano Gaber Salah Gaber Ahmad, stava prendendo parte a un’imponente manifestazione per ricordare il primo anniversario del massacro di Mohamed Mahmoud, perpetrato dalle forze di sicurezza agli ordini del Consiglio supremo delle forze armate.

Venne colpito da un proiettile alla testa, esploso da un poliziotto agli ordini dell’allora presidente Mohammed Morsi. All’ospedale i medici dichiararono la sua morte cerebrale. Fu tenuto in vita con le macchine fino a quando sei giorni dopo il suo cuore cessò di battere.

Dal 26 novembre 2012 i genitori di Jika pretendono di sapere chi ha ucciso il loro ragazzo. Hanno il fondato sospetto che sia stato vittima di un omicidio mirato. Nei giorni precedenti la manifestazione, aveva ricevuto telefonate da utenze anonime in cui voci sconosciute lo “invitavano” a smetterla di criticare i Fratelli musulmani. Informatori della polizia avevano chiesto sue notizie in giro nel quartiere.

Le forze di sicurezza egiziane, che dipendano da Mubarak, dallo Scaf, da Morsi o di nuovo dai militari, non rispondono mai a nessuno. La magistratura è concentrata sul processo a Morsi e ai suoi sostenitori. Dalla “rivoluzione del 25 gennaio” solo una manciata di agenti di polizia è stata incriminata e processata per omicidio.

Il 18 novembre le autorità hanno inaugurato, con tante fanfare e retorica, un nuovo monumento in piazza Tahrir. È durato meno di un giorno…Poi al suo posto è ripresa la repressione.

Gli egiziani continuano a scendere in strada. Chiedono, ognuno in nome dei suoi morti, verità e giustizia. Dei monumenti di regime non sanno che farsene.