Quando parliamo di violenza, la nostra maggiore risorsa è fare arrivare alla gente comune quanto essa faccia parte della nostra vita e che l’unica possibilità di dire davvero “noi no” è riconoscerla e  affermare senza esitazione “tutti noi siamo a rischio”. Faccio riferimento alla campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne “noino.org – uomini contro la violenza sulle donne“.

Sembra così facile dire “noi no” e fondamentalmente lo è. Necessita avviare una riflessione sulla differenza tra quello che pensiamo di trasmettere e quello che in realtà poi trasmettiamo. Gli uomini autori di violenza, guardando quel tipo di spot, vi si riconosceranno davvero e chiederanno un aiuto? La violenza è strana, facilmente individuiamo quella che fanno gli altri, (salvo poi non riconoscerla quando ne siamo vittime e chi lavora nei centri antiviolenza lo sa bene), ma non la nostra, “noi no” appunto. Chi direbbe pubblicamente “noi si”? La violenza sulle donne non ha soluzioni immediate purtroppo. Tutti dicono no, ma la violenza di genere continua a esistere, chiediamoci se forse dobbiamo cominciare a inviare dei messaggi diversi.

Ricordiamoci che, secondo i dati Istat, tre donne su dieci, tra i sedici e i settanta anni, hanno subito una qualche forma di maltrattamento e essi non tengono conto del sommerso, tutto quello che avviene all’interno delle mura domestiche senza mai uscirvi. Gli uomini coinvolti saranno numericamente simili alle donne vittime. Parliamo di un fenomeno diffuso che non conosce età, strato sociale o livello culturale. Domando di nuovo, pensiamo che gli autori di violenza, guardando  spot e cartelloni con gente famosa che parla di maltrattamento come da un pulpito, sentiranno di stare davanti ad un qualcosa che li riguarda? Una cosa sono certo però la diranno anche loro: NOI NO!

E’ il momento di parlare agli uomini e tra gli uomini dice la campagna, giusto, ma quel “noi no” crea una barriera perché presuppone ci siano due forze in campo inconciliabili, due modi diversi di essere uomini: i buoni e i cattivi e guai a mischiarli. Allora il dialogo tra chi è? Chi parla a chi?  Tutti a fare a gara a essere i “buoni”, salvo poi fare i “cattivi” in casa propria perché lei ha provocato e se lo meritava oppure perché si sa solo lamentare, non sta alle battute con gli amici o le vengono i lividi facilmente. Noi no, ma la nostra lei rompe, è una donna difficile, quindi noi siamo giustificati.

Non metto in dubbio le buone intenzioni della campagna e sono lodevoli, ma sono diversi anni che mi occupo di violenza e questioni di genere sul campo e questo lo voglio dire: ‘Io si’, sono a rischio, ogni giorno, di agire e subire comportamenti maltrattanti, essere a rischio non significa concretizzarli, ma saperlo mi aiuta a evitarli. ‘Io si’, sono un uomo, ma non ho bisogno di sentirmi altro da chi ha usato violenza, se lo voglio aiutare non lo condanno, ma comprendo come possiamo interrompere il maltrattamento perché è quello il mio obiettivo prioritario, non un’accusa fine a se stessa. ‘Io si’, sono un essere umano, consapevole che la nostra complessità non è semplificabile in categorie predefinite autoescludentesi. ‘Io no’, non sono un tribunale, lascio volentieri a chi vi è preposto la necessità di un giudizio e di una eventuale condanna.