È la sera del 3 luglio 2000. Una sera di confine, dove si incrociano ricordi, immagini, commemorazioni. Bilanci e lacrime. A 79 anni è morta Settimia Spizzichino, unica donna sopravvissuta al rastrellamento nazista del ghetto di Roma. Lello Di Segni, suo cugino più piccolo, classe 1926, anche lui uno dei 1022 deportati in Polonia dalla città del papa, si sta per sedere a tavola con il figlio e la moglie. Lello, a differenza di Settimia, non aveva mai voluto raccontare il dramma visto e vissuto, se lo era portato dentro, in silenzio, con pudore, eppure quella sera guarda in faccia i famigliari. E improvvisamente decide: “Ora inizio io”. A fare cosa, papà? “Non c’è più Settimia, tocca a me raccontare, devo prendere il suo posto”. Al figlio si velano gli occhi, finalmente è giunto il momento che aspettava da 35 anni, lo porta nella sua camera e gli rivolge tutte quelle domande che da sempre avrebbe voluto fargli, a partire dalla notte maledetta, tra il 15 e il 16 ottobre del 1943, quando gli uomini di Kappler “bussano” a centinaia di porte, compresa la famiglia Di Segni. “Eravamo tutti e sei in casa: io, mio padre, mia madre e tre fratelli: Angelo, Mario e Graziella – racconta Lello – Quasi all’alba sono arrivati, si sono presentati e con una lista di nomi hanno iniziato a perlustrare le stanze, convinti che nascondessimo qualcuno. Dentro gli armadi, in soffitta, in cantina. Niente. C’eravamo solo noi, gli altri parenti erano scappati le settimane precedenti. Poi con il mitra dietro la schiena siamo scesi in strada e saliti sui camion”. Di Segni indica il punto esatto in mezzo alla strada, poi si avvicina al suo vecchio portone. Lo guarda. Va ancora più vicino. Nonostante sia verso i novant’anni, non porta gli occhiali, non ne ha bisogno, accosta l’occhio al legno, lo accarezza come per cercare qualche traccia del suo passato, della Storia. Non c’è, almeno in apparenza.

“Per questi vicoli giocavamo a pallone – continua – mi chiamavano ‘Piola ’ nonostante fossi della Roma. Ci conoscevamo tutti, vede quel palazzo? Lì viveva mia cugina Settimia, ci parlavamo dalle finestre. Mio padre diceva sempre di non affacciarmi, aveva paura di qualche pallottola dei tedeschi. Ma nonostante la guerra avevamo trovato delle piccole sicurezze quotidiane, mai potevamo pensare a un epilogo del genere”. Sì, mai. Questione di giorni, pochi, decisioni rapide, contraddittorie, finali da parte dei tedeschi: l’ 8 settembre del 1943 occupano la città eterna; due giorni dopo Herbert Kappler, tenente colonnello delle SS, comandante dell’SD e della Gestapo a Roma, riceve un messaggio da Heinrich Himmler. Quest’ultimo è il teorico della soluzione finale. Vuole gli ebrei del papa. “Era il massimo per loro – spiega Marcello Pezzetti, direttore del museo della Shoah di Roma – poter entrare nella Capitale e dettare legge, dimostrare la superiorità anche davanti al pontefice. L’infinita soddisfazione dei gerarchi è dimostrata da un episodio chiave: quando i deportati del ghetto giungono in Polonia, ad accoglierli trovano il comandante del campo di concentramento, Rudolf Hoese insieme a Josef Mengele e a tutti gli altri baroni. Presenti, schierati e beati di tale trofeo”.

Passo indietro. Siamo al 26 settembre del 1943 e Kappler parla con il presidente della Comunità israelitica di Roma e con il capo dell’Unione, vuole 50 chilogrammi di oro da racimolare in meno di due giorni. In cambio garantisce la non deportazione di 200 ebrei. Il bottino viene consegnato. “La faccenda dell’oro li tranquillizza invece di metterli in allarme – spiega Pezzetti – Fino a quel momento i tedeschi si erano dimostrati di parola e fino all’armistizio l’Italia non aveva deportato ebrei”. Eppure tutto cambia. “La decisione arriva dall’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, da Eichmann: vuole un blitz come quello di Parigi”. Per questo arriva a Roma Theodor Dannecker già responsabile dell’operazione “Velodromo d’inverno”, con più di tredicimila francesi “rastrellati” e chiusi in uno stadio dedicato a gare di ciclismo. Ma fanno un errore. “Spediscono in Italia appena dieci persone, troppo poche, quindi coinvolgono dei riservisti, in tutto 365 militi. Dal loro punto di vista è una incredibile sopravvalutazione di se stessi, perché Roma è complicata e la popolazione non è che li aspetta a braccia aperte. Per fortuna, poi, l’operazione è pensata senza l’aiuto degli italiani, questo è importante, mentre in Francia Dannecker aveva utilizzato i gendarmi francesi”. Gli italiani si ‘ limitano ’ a comporre le liste “altrimenti il numero di deportati sarebbe stato molto più alto: l’obiettivo era di 8000 elementi, è scritto nei documenti, con Kappler costretto a giustificarsi con Himmler e gli altri. Insomma, dal loro punto di vista è un insuccesso clamoroso”.

Un insuccesso che non salva Lello e la sua famiglia. “Ci prelevano e ci portano al Collegio militare a via della Lungara e lì siamo rimasti chiusi per due giorni”. Due giorni di attese e di silenzi, di silenzi soprattutto da parte del Vaticano. “Nessuna reazione – racconta ancora Pezzetti – Sappiamo di colloqui privati, di discussioni tra i porporati e i gerarchi, ma pubblicamente non esce niente, con lo stupore dello stesso ambasciatore nazista presso la Santa Sede. Solo il 25 ottobre, quando ormai l’ 80 per cento degli ebrei è già stato ucciso con il gas, l ’Osservatore Romano pubblica un breve articolo, criptico, nebuloso, nel quale non si capisce nulla”. Nel frattempo i 1022 sono in viaggio verso la morte. “Chiusi dentro ai vagoni per cinque giorni, quasi senza mangiare, il poco cibo e la pochissima acqua dipendeva da quanto le mamme erano riuscite a racimolare prima di partire – r i-corda Lello – Basta. I nazisti non hanno mai, dico mai, aperto un portellone del vagone. Respiravamo a fatica”. Ecco la Polonia. La sfilata dei “trofei”. Il ghigno dei gerarchi, i cani tenuti a fatica al guinzaglio, anche loro eccitati, la scelta di chi era utile per il lavoro e di chi no. La famiglia Di Segni non esiste più: la mamma e i tre fratelli uccisi subito, giudicati inutili dai nazisti, si salvano soloLello e il padre e quando lo ricorda non possono bastare settant’anni per trattenere le lacrime. Non ha potuto neanche dirgli addio, un attimo ed è finita un’esistenza. Si ferma. Sbottona il polsino della camicia sinistro, alza la manica, gira l’avambraccio e mostra il suo numero tatuato. “Mi sono fatto due anni di campo di concentramento, tra la Polonia e la Germania, ho anche lavorato dentro al ghetto di Varsavia, scavavo, scavavo e ancora scavavo. Cosa trovavamo? Meglio lasciar perdere…”. Non vuole aggiungere altro. Troppa fatica, troppo dolore. “Dalle macerie sono state selezionate vettovaglie – interviene in un secondo momento Pezzetti – l ibri, sono state recuperate porcellane, pezzi di ferro. Ma anche brandelli umani”. Finita la guerra Lello torna faticosamente in Italia, non pesa neanche trenta chili. “Mi sono fermato a Milano da alcuni parenti e quando a Roma si è sparsa la voce che ero sopravvissuto non ha idea di quante persone mi hanno raggiunto con le foto dei parenti scomparsi per chiedere se sapevo qualcosa. Se li avevo visti. Se erano ancora vivi”. Fino a quando gli giunge anche un messaggio inaspettato, del padre, anche lui vivo. “Sono riuscito a riabbracciarlo, ma per poco, era troppo stanco, provato e malato, subito dopo è morto”. Di quella maledetta notte sono tornati in sedici e Lello è l’unico ancora vivo insieme a Enzo Camerino. “Domani (il 15 ottobre, ndr) sera li ricorderemo tutti – racconta Pezzetti – uno a uno, nome per nome, anche il figlio di Marcella Perugia, nato in quei due giorni al Collegio romano, anche lui portato sul vagone e probabilmente morto subito dopo”. È il bambino senza nome. “Compresa una badante cattolica cristiana che per non lasciare sola la signora non ha rivelato di non essere ebrea”. Si sarebbe salvata.

Lello resta ancora in silenzio, si guarda attorno, non viene spesso al Ghetto, ma ritrova il suo vecchio bar, il bar Totò. Il figlio guarda Marcello Pezzetti e sottovoce gli fa: “Sono sicuro di una cosa: papà non mi ha mai raccontato tutto, non mi ha mai detto tutta la verità riguardo al campo di prigionia. Ha voluto proteggermi e oramai è tardi per capire fino in fondo”. “È vero”, risponde il professore “pensa, dopo una mia lunga insistenza, nel 1992 mi ha concesso un’intervista, con la promessa che non ti avrei mai fatto ascoltare la registrazione di quel pomeriggio. Forse è giunto il momento che ti dia quella cassetta”. Perché il figlio possa prendere il posto del padre.

Da Il Fatto Quotidiano del 14 ottobre 2013