Se da un lato fa piacere che oggi l’opinione pubblica s’infiammi sulla tematica dell’immigrazione, su cui si è discusso ed agito troppo poco e male in questi anni, dall’altro pare si stia perdendo l’ennesima occasione di ritrovare lucidità e di cambiare rotta rispetto ad un dibattito politico che è sempre rimasto superficiale, slegato dai dati reali e poco attento all’analisi del fenomeno nella sua complessità.

Dalla tragedia di Lampedusa dobbiamo trarre un insegnamento importante. Non possiamo più permettere che l’attenzione su un fenomeno drammatico che ci scorre da decenni sotto gli occhi sia intermittente, né che dipenda dal numero dei morti. Perché tutti i morti di disperazione alle frontiere d’Europa di cui Fortress Europe tiene il triste conto da anni (19.144 dal 1988, 2.352 solo nel 2011) meritano pari attenzione e dignità. Altrimenti uccidiamo una seconda volta i 13 morti di Scicli di settimana scorsa, e tutti quelli che sono venuti prima e che, andando incontro ad un destino ugualmente tragico, non hanno fatto notizia. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, lancia il suo grido da così tanto tempo che ha quasi finito la voce: “Non so più dove mettere i morti, e nemmeno i vivi.” Dovremmo tutti gridare con lei, dopo quest’ennesima tragedia più che mai.

Sono anni che in molti denunciamo a gran voce le storture di una legge criminogena come la Bossi-Fini, in vigore dal 2002, e finalmente in questi giorni esponenti politici di forze diverse ne richiedono l’abolizione o il ripensamento. Posto che purtroppo è davvero difficile immaginare che una maggioranza come quella attuale possa intervenire in modo incisivo su una normativa che è stata fortemente voluta da Lega e Pdl e che non ha fatto che produrre illegalità, senza riuscire minimamente a contrastare l’immigrazione clandestina con politiche lungimiranti e rispettose dei diritti umani, un’attenzione particolare merita la vicenda di ieri: l’approvazione di un emendamento in Commissione Giustizia al Senato che abolirebbe il reato di clandestinità.

Tra le varie dichiarazioni di esponenti del centrodestra che gridano alla “follia” o al “gravissimo errore”, l’uscita che ha destato più scalpore è quella di Grillo sul suo blog, firmata insieme a Casaleggio, con cui sconfessano pubblicamente l’iniziativa dei due senatori a 5 stelle che hanno proposto l’emendamento, poi approvato con Pd e SEL: “Nel merito questo emendamento è un invito agli emigranti dell’Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l’Italia. Il messaggio che riceveranno sarà da loro interpretato nel modo più semplice “La clandestinità non è più un reato”.

Quando ancora ci bruciano negli occhi le tragiche immagini di Lampedusa, e ci si è da più parti indignati di fronte all’ipocrisia di proclamare il lutto nazionale ed al contempo incriminare i sopravvissuti, parlare di “invito ad imbarcarsi” è insopportabile e falso. L’introduzione nel 2009 del reato di clandestinità non ha minimamente inciso sui flussi d’immigrazione irregolare. È di ieri il dato Censis secondo cui nei primi otto mesi del 2013 sono arrivate in Italia 21.241 persone, contro le 15.570 registrate nel corso di tutto il 2012. Assurdo pensare che di fronte alle guerre, alle repressioni, alla fame da cui fuggono migliaia di persone in cerca di protezione internazionale (anche a causa degli sconvolgimenti che stanno attraversano il mondo arabo) una norma che prevede una mera sanzione pecuniaria possa esercitare una funzione deterrente.

Occorre fare un po’ di chiarezza. Il reato di clandestinità, introdotto dai cd “pacchetti sicurezza” nel 2009, punisce lo straniero che faccia ingresso o si trattenga sul territorio in condizione d’irregolarità, e l’unica sanzione prevista è di tipo pecuniario (un’ammenda da 5000 a 10000 euro), e non –come molti credono- di tipo detentivo. Prevede inoltre la sanzione alternativa dell’espulsione, che però nulla aggiunge all’espulsione già prevista in via amministrativa. Non potendo vantare alcuna efficacia deterrente verso chi fugge per disperazione con niente in tasca, né tantomeno per chi si trovi ad essere irregolare per aver perso il lavoro e il permesso, dopo aver costruito una vita in Italia, il vero motivo per cui fu introdotto era di tentare di evitare per un cavillo l’applicazione della direttiva europea sui rimpatri, che grazie a una dura sentenza della Corte di Giustizia è stata poi invece recepita (col decreto 89 del 2011).

Sin dall’introduzione il reato di clandestinità è stato aspramente criticato da giuristi, operatori ed associazioni, sotto diversi punti di vista: perché punisce uno status personale anziché una condotta materiale, come i principi del diritto impongono per il ricorso alle sanzioni penali. Perché se n’è affidata la competenza al giudice di pace, mentre su questioni che incidono così profondamente sulla libertà personale garantita dalla Costituzione dovrebbe decidere il giudice ordinario. E perché ha sistematicamente intasato con migliaia di procedimenti le procure e gli uffici giudiziari già gravemente oberati. Procedimenti molto costosi per lo Stato e soprattutto inutili, poiché l’espulsione è comunque prevista per via amministrativa. È bene lo tengano a mente, i paladini della “sicurezza”.

Di conseguenza, l’abrogazione del reato di clandestinità è dettata dal semplice buon senso. Il buon senso di non criminalizzare le persone per il solo fatto di tentare disperatamente, mettendo a rischio la propria vita, di raggiungere (e spesso nemmeno per restarci) un Paese che ha di fatto reso quasi impossibile l’ingresso regolare, con normative criminogene come la Bossi-Fini. Il buon senso di non produrre costi allucinanti a carico dello Stato (strano che Grillo non sia sensibile a questi sprechi) con procedimenti che, quando arrivano a condanna, puniscono persone insolventi, e che nulla aggiungono alle procedure amministrative di espulsione che rimangono intatte.

L’unica cosa che cambierà, con l’abrogazione del reato di clandestinità, è che i pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio non saranno più costretti a denunciare una donna senza permesso di soggiorno che si rivolgesse alla questura per  aver subito violenze, una madre senza permesso che volesse un certificato di nascita per suo figlio, un testimone senza permesso che fosse interrogato durante un processo. 

L’unica cosa che cambierà è che rimedieremmo all’ipocrisia di piangere i morti ed incriminare i sopravvissuti. Non è certo risolutivo degli enormi problemi che l’immigrazione ci pone di fronte, per cui servono urgenti riforme, ma è già un passo di civiltà obbligato. Il resto è inutile e dannosa demagogia. Perché con o senza reato di clandestinità, le persone continueranno ad arrivare, le procedure di espulsione rimarranno intatte, e nella loro inefficienza continueranno ad affollare i CIE che assomigliano sempre più a luoghi di abbandono e tortura. Procedure che continueranno, insomma, a non risolvere il problema di un Paese che dopo trent’anni si ostina a non accettare di essere al centro di processi di trasformazione e migrazione globale le cui vere cause, a volerle vedere, ci trovano in prima fila come responsabili. Intanto, speriamo in questo primo importante passo. Poi in una riforma strutturale ed in un cambio di mentalità quanto mai necessario.