Qualcuno è riuscito a farlo. Qualcuno è riuscito, ieri, a caldo, a interrogarsi (e interrogarci) sul nome da dare a quanto è successo a Lampedusa. “Tragedia”. No, anzi: “strage”. O piuttosto “omicidio”. Ecco: “omicidio”, perché vi sono – e li conosciamo – i mandanti. Traboccava Facebook, di riflessioni sul “nome” da dare all’intollerabile evento. E traboccavano i blog, gli editoriali, le discussioni. Era importante e giusto che fosse così: che molti avessero non solo la voglia di indignarsi, ma anche la lucidità per voler capire, analizzare, indicare responsabilità e responsabili. Perché è doveroso – malgrado l’orrore – ricordare che il destino c’entra solo in parte.

Che c’entrano le leggi come la Bossi-Fini, ancora lì dopo dieci anni di danni umani, sociali, economici (si veda il documentato dossier dell’Associazione Lunaria Costi disumani – La spesa pubblica per il contrasto dell’immigrazione irregolare, 2013). Che c’entrano le politiche europee: volutamente disomogenee, se si tratta di concedere asilo politico, ma cinicamente concordi nel sostenere e finanziare Frontex, l’agenzia intergovernativa incaricata non solo di pattugliare militarmente le frontiere, ma anche di “delocalizzare” controlli e restrizioni (e su questo argomento, più di mille post e articoli vale il fondamentale libro di Luca Rastello La frontiera addossoCosì si deportano i diritti umani, 2010). Che c’entrano gli accordi bilaterali tra l’Italia e i paesi del Sud del Mediterraneo (ne ha scritto spesso con grande competenza, denunciandone limiti e forzature, Fulvio Vassallo Paleologo). Che c’entra il cosiddetto “razzismo istituzionale” (e si legga, di Clelia Bartoli, l’efficace Razzisti per legge, 2012), l’incapacità delle istituzioni di gestire con flessibilità e umanità fenomeni complessi, globali e non reversibili come quelli migratori.

Però io non ci sono riuscito, ieri, a interrogarmi sul “nome”. Per incapacità mia, senza dubbio. Non sono riuscito a trovare le parole per interrogarmi lucidamente su ciò che era successo. Le parole non mi servivano, non mi bastavano più. Mi sembravano tutte vuote, e allo stesso tempo tutte pleonastiche. Non mi riusciva di trovarne di adeguate per comprendere (ammesso che si potesse comprendere) ciò che era accaduto, riformulare ciò che leggevo, esprimere ciò che provavo.

Poi mi sono chiesto se la mia temporanea afasia, e quel senso di impotenza, non fossero dovuti anche – proprio – al problema del “nome”. Ma non il “nome” per dire ciò che era successo: per connotare gli eventi. Quanto piuttosto il “nome”, anzi i “nomi”, delle persone coinvolte. Lo ha scritto bene Giovanni De Mauro, nel suo editoriale su “Internazionale” oggi in edicola: dal 1988 raccogliamo, tragicamente, cifre sui morti annegati, sui dispersi, sui respinti. Elenchiamo numeri. E parliamo di “corpi”, di “donne e bambini”, di “migranti”: a decine, a centinaia, a migliaia.

Ma salvo poche eccezioni – come quella ricordate dallo stesso De Mauro relativa a tre morti di Scicli di cui si sono trovate le generalità (Gebremic Hael Belay Tesfagergish, Tekeste Weldetinsaie Berhe, e Tekhlehaimanot Shishay Ogbay), – non facciamo, non elenchiamo nomi. Perché non li sappiamo, certo: se quei corpi sono senza documenti, spesso non si può risalire alla loro identità (o almeno, così ci viene detto). Ma anche perché non facciamo nulla per saperli, quei nomi. Perché l’informazione sembra non essere rilevante, non incuriosirci, non importarci (mentre ci importerebbe, e importerebbe ai media, se si trattasse di connazionali). Ci fermiamo – se va bene – ai numeri, alle quantità, alle somme… “Tragedia”, “omicidio”, “strage”. L’importanza dei termini, e del loro significato: è giusto essere precisi. Ma di chi – e non solo di che cosa – stiamo parlando?

Ecco, per dare davvero un senso a questa giornata di lutto nazionale, mi piacerebbe che insieme alle analisi, sui media, ci fossero anche degli elenchi: elenchi di nomi, cognomi, date e luoghi di nascita. Perché quei morti non rimangano ignoti, indistinti, anonimi: massa nella massa, categoria, iperbole. Perché quegli elenchi ci facciano immaginare volti, voci, vite. E vite ognuna diversa dall’altra: ognuna unica, irripetibile (come pensiamo siano le nostre). Ognuna – oggi – col suo funerale, coi suoi pianti, col suo vuoto. Ma – ieri – con i suoi legami, con i suoi drammi, con le sue storie. Forse, chissà, cominceremo così a interessarci a quei corpi anche da vivi, e non soltanto da morti.