Torre Astura. Costa tirrenica, non lontano da Nettuno. All’orizzonte, lontano in mare, c’è lo skyline di Palmarola. Più vicini, fermi aldilà della linea degli scogli artificiali nella bella stagione, motoscafi, yacht e barche a vela. A terra, un’estesa area di straordinaria bellezza naturale. Al punto da essere riconosciuta, negli anni passati, dalla Regione Lazio, come sito d’importanza comunitaria. Nell’intenzione di procedere alla sua conservazione, beneficiando dei fondi della Comunità europea. In corrispondenza del capo, sulla spiaggia e, soprattutto, in mare i resti di una villa tardo repubblicana. Forse quella di Cicerone. Sulla quale, in età imperiale, si sono succeduti diversi interventi. Poi l’abbandono fino al XII secolo quando alla sua estremità meridionale fu realizzata una torre. Ora, da tempo, ancora abbandono. Perlopiù nel silenzio.

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Arrivati al grande parcheggio sul lato della strada provinciale 106b, seguendo le scarsissime indicazioni esistenti, si è costretti a lasciare la macchina. Solitamente con una “offerta libera” lasciata ad un’avvenente signora bionda che presiede l’ingresso con una collega, si è a posto tutta la giornata. Con il conforto che si tratta di area custodita. Con il dubbio, però, che si tratti di una gestione famigliare. Insomma non propriamente autorizzata.

Dubbio, almeno in parte reso più forte da un servizio aggiuntivo. Il trasbordo su un piccolo scafo a motore lungo il corso finale del fiume Astura, fin quasi in prossimità della foce. Anche questo ad offerta libera. Ma si tratta soltanto di un opzione. Altrimenti c’è il sentiero che corre per un paio di chilometri, in mezzo alla Natura. Prima glareato, stretto tra la recinzione della zona militare e la vegetazione, lungo il corso del fiume.

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Poi in pineta fatta di alberi altissimi, che in molti casi minacciano di far cadere i tanti rami secchi che conservano. Come segnalano diversi cartelli lungo il percorso. Quasi al congiungersi dei due diversi tratti compare alla vista la spiaggia. All’inizio, all’altezza della foce dell’Astura, lunghissima, piatta, di sabbia chiara. Qua e là tronchi secchi prima trasportati e poi abbandonati dalle onde. Tante conchiglie. Di ogni tipo, di forma e colori differenti. Ma anche centinaia e centinaia di frammenti di materiale edilizio e, soprattutto, ceramico, di età romana.

Di ogni tipo. Orli, anse, fondi, pance e pareti. Di anfore africane e italiche. Di comune da mensa e da dispensa. Di sigillata italica. Quasi una distesa. Non vengono da troppo lontano. Da lì. Dall’area della Torre di Astura, che si vede all’orizzonte, in mare. Da una parte Nettuno, al cui comprensorio quest’area appartiene, dall’altra, più lontana, Sabaudia. Roma, con la Pontina è lontana una settantina di chilometri.

Camminando in direzione della torre, la costa si alza, la spiaggia si assottiglia sempre di più. La pineta è sostituita da grandi cespugli di alloro, oltre che da concentrazioni di gigli di mare e di agave con gli steli alti, ormai secchi, che portavano i fiori. Qua e là da “macchie” di cannesisa. Il profilo della torre si fa sempre più nitido. La torre a pianta pentagonale, al centro della fortezza costruita nel 1193 dai signori del posto, i Frangipane. Collegata alla terraferma da un ponte ad arcate in laterizi. Prima, sulla spiaggia e soprattutto in mare, resti antichi. Anche imponenti.

Torre Astura 4Giunti ormai in prossimità dell’ingresso allo spazio dal quale si dovrebbe accedere alla torre, c’è un cancello. Chiuso. “Divieto di accesso. Zona militare” è scritto su un cartello fissatovi al disopra. Ce ne sono anche degli altri appena al di fuori della recinzione che perimetra l’intero promontorio. Su uno compare la scritta “Torre Astura”. Su un altro, “Ministero della Difesa. Ufficio tecnico territoriale. Armamenti terrestri Nettuno. Attenzione. Ruderi pericolanti. Divieto di accesso”. Siamo all’interno del cosiddetto Poligono Militare di Nettuno che si sviluppa per circa 8 chilometri lungo la costa, all’interno dell’area comunale. Per questo motivo la zona è interdetta ai turisti.

Anzi, sarebbe. Da un’apertura nella rete si entra facilmente. Così, attraverso un’altra apertura dalla parte opposta, superato l’edificio abbandonato che si trova al centro dell’area di “passaggio”, si esce sul camminamento che permette di raggiungere la torre. Chiusa alla visita, naturalmente. Oppure si può scendere alla sottostante spiaggetta. Durante la bella stagione, nonostante bottiglie di vetro e di plastica, cartacce di ogni tipo e tronchi di albero in parte trasportati dalle onde, ombrelloni, asciugamani e sedie da mare tra i ruderi antichi. Qualche volta utilizzati per riparo dal sole, in mancanza di altro.

A destra e sinistra della torre, sulla costa, insieme a ripari in cemento armato per il controllo della costa, resti di strutture in opera reticolata di tufo. In parte sommerse dalla sabbia, in parte obliterate dalla vegetazione infestante che si fa strada sopra e ai lati. Sono i resti del corpo principale della villa attribuita a Cicerone. Alla quale appartiene il ponte-acquedotto ad arcate, in differenti tecniche costruttive che ne indiziano i successivi interventi, visibile in basso sulla sinistra della torre, ma molto più arretrata rispetto ad essa.

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E’ conservato in maniera molto disomogenea per circa 130 metri, tra immondizie di ogni tipo. Scendere in acqua per osservarlo da vicino non è agevole e d’altra parte anche alcuni cartelli che denunciano la presenza di “Ruderi pericolanti” lo sconsigliano. Attraverso questa infrastruttura “polifunzionale” era assicurato il collegamento ad un’isola artificiale in mare, della quale si conservano alcune strutture. Tuttavia la parte in migliore stato di conservazione e di maggior effetto è la grande peschiera a scomparti. Appena affioranti dalle acque se ne riconoscono ancora i possenti muri in opera cementizia che delimitano le vasche. Che da secoli sfidano la violenza delle onde.

Poi sul lato orientale del complesso si riconoscono i due moli del porto artificiale realizzato probabilmente durante l’età imperiale quando la proprietà divenne il soggiorno di Augusto, Tiberio e Caligola. Strutture esposte all’erosione marina e a quella eolica, oltre che agli agenti atmosferici. Fino agli anni Settanta del Novecento al saccheggio incontrollato delle parti in mare. Nelle altre a distruzioni di ogni tipo. Non di rado provocate da piccoli scavi illegali. Senza alcun cartello che segnali l’esistenza di resti antichi, fornisca qualche indicazione su di essi. Provi a toglierli dall’oblio nel quale si trovano. Inspiegabile per certi versi. Invece, niente lungo le viabilità che permettono di raggiungere il sito. Niente in loco.

In un’area dalla bellezza naturale mozzafiato, ambita meta del turismo balneare laziale malgrado il divieto di balneazione, l’archeologia quasi cancellata. Una delle ville più rinomate e più belle dell’antichità romana, sostanzialmente ignorata. Uno degli esempi nei quali le capacità romane nel campo dell’Architettura e dell’Ingegneria idraulica fondendosi tra loro, sono riuscite a produrre un complesso nel quale l’estetica non era sottomessa alla funzionalità, derubricata a “contorno”. Manca ogni tipo di tutela, qualsiasi valorizzazione dei resti dei quali nessuno sembra occuparsi e che, stando ai divieti, sarebbe perfino impossibile osservare. Da anni. Si fa davvero difficoltà a capire perché tutto ciò sia possibile. Perché esista un parcheggio, custodito, di una torre e di un’intera villa antica inaccessibili. Ma forse anche per questo non esiste spiegazione.