Ci perdonerà Sydney Pollack se citiamo forzatamente il suo film, ma il titolo di quel capolavoro del ’69 serve proprio per ricordare come il paragone gerarchico in negativo tra uomo e animale abbia ispirato sì il titolo del film, ma ancor più in generale il linguaggio e il senso comune rispetto all’uccisione programmata e a sangue freddo di animali destinati al macello.

Ed è proprio un’ecatombe splatter di carne e sangue animale – cavalli, cani, dromedari e galline – ad inondare gli schermi delle sale del Lido di Venezia in nemmeno 48 ore di programmazione. Carnivori o vegetariani che siate, tra il film Wolfskinder del tedesco Rick Ostermann (nella sezione Orizzonti) e Tracks di John Curran (in Concorso) è impossibile non porsi con sentimento di pietà, se non di chiaro fastidio, di fronte ad una vita animale che si spegne bruscamente con violenza.

La scena con i due bambini protagonisti di Wolfskinder che, alla fine della seconda guerra mondiale, in fuga dai soldati russi che li sterminano senza pietà, per mera sopravvivenza alimentare fanno fuori e sbudellano uno splendido cavallo, lascia subito lo spettatore con una sensazione di fuorviante necessità gastronomica e, grazie ad un rapido e diretto scambio di sguardi tra il bimbo “più sensibile” – che non vorrebbe compiere il gesto estremo – e il cavallo inconsapevole, anche ad una forma di altrettanto ancestrale pietas usata esclusivamente per il rapporto tra uomini.

Stesso discorso si ripropone, anche se per una questione di difesa dei propri animali usati come bestie da soma, in Tracks di Curran, quando Mia Wasikowska uccide due selvaggi dromedari maschi che corrono feroci per ingravidare le sue due femmine, nel caso poi impossibilitate a proseguire il viaggio nel deserto australiano. La ragazza che ama quasi fisicamente i dromedari e gli animali in genere soffre apertamente per questa dipartita da lei provocata.

In entrambi in casi, però, la sicurezza estrema di compiere un gesto di superiorità di specie governa l’agire dei protagonisti. Gesto che si ripete in Wolfskinder quando la medesima sorte di sanguinolenta portata spetterà ad una gallina e ancora al cane morente in Tracks sofferente per l’avvelenamento e da sopprimere velocemente.

Ecco allora che il dato visivo colpisce il cinefilo abituato al gore come agli spappolamenti, alla tragedia come all’ultrarealismo. C’è qualcosa in quegli sguardi rubati che tocca il cuore, che spinge comunque alla riflessione etica: un essere vivente soggioga e uccide un altro essere vivente per motivi di “sopravvivenza”, ma che filosoficamente, proprio in questo diritto di prelazione innato nella mattanza, stride con la logica dell’esistenza che magari per altri quadrupedi o bipedi applichiamo senza colpo ferire.

Il potere espressivo e culturale del mezzo cinema è ancora vivo. Il dibattito etico è aperto. E ovviamente per una singolare scala di animali più simili all’uomo, cavalli, dromedari e cani sono stati fintamente abbattuti sul set, mentre la gallina le penne ce le ha rimesse davvero.