Qui in Australia, dove mi trovo per un tour di lezioni nelle università, le prime pagine sono tutte per l’omicidio del 22enne australiano Christopher Lane, ucciso negli Usa, mentre faceva jogging, da tre adolescenti subito catturati che hanno confessato che il movente non c’è, semplicemente “ci annoiavamo”.

Poca elaborazione da parte della stampa statunitense; i ragazzi verranno duramente puniti con la galera, tuona il Pubblico ministero mentre la stampa riporta con disagio come uno dei tre ragazzini, tutti tra i 15 e 17 anni, guardando la scena del delitto in tv prima di essere catturato, si fosse persino messo a ballare e a danzare “come se non si rendesse conto della differenza tra realtà e finzione”.

Già. Quando i giornalisti italiani e stranieri, durante il periodo storico denominato “bunga-bunga”, si appostavano fuori dalle nostre scuole medie superiori per chiedere alle studentesse cosa volessero fare da grandi, sperando che rispondessero “le veline”, restavo dolorosamente colpita. È stato quello il periodo in cui ho capito che la mia generazione, gli adulti e adulte italiane, aveva tradito il patto generazionale.

In un delirio di onnipotenza abbiamo creduto di essere amortali, che significa semplicemente rimuovere l’idea di morte dalle nostre vite, concetto così diverso e ben più meschino di quello di immortalità che ci impegnerebbe invece in azioni utili alle generazioni a venire. Da quattro anni andiamo nelle scuole con un progetto di educazione all’immagine. E non c’è bisogno di essere Media Educator per sapere che le immagini, della tv, di internet o della playstation, esercitano un’influenza enorme sui giovanissimi. Ognuno e ognuna di loro da quando nasce, trascorre migliaia di ore davanti allo schermo e quello che vede avrà delle precise conseguenze sulle sue azioni.

L’idea che alcuni oppongono, ricordando il ruolo delle famiglie che dovrebbero essere, a loro avviso, guardiane dei loro figli tutelandone il processo educativo, è ferocemente reazionaria: cosa accade se le famiglie non ne sono in grado? Adulti feroci, preoccupati di soddisfare i loro obiettivi a breve, pigmei della politica incapaci di visioni a lungo termine, archiviano la non più procrastinabile “questione giovanile” concentrandosi spesso intorno a miserabili questioni a breve termine, che porti loro qualche tipo di vantaggio, si tratti di potere o di denaro.

Quindi da noi come in Usa, l’importante è trovare il colpevole. Si tratti della giovanissima escort che lasciava allibiti i lettori della stampa radical chic dichiarando la sua disponibilità verso il premier o i tre sedicenni che ammazzano per gioco un loro coetaneo, quel che conta è non disturbare le nostre coscienze. Adulti incapaci di pensiero consequenziale: cosa ci aspettavamo da una generazione che abbiamo cresciuto con una cultura infarcita di violenza e sessualità da trivio? Cosa pretendevamo da una generazione a cui abbiamo spacciato il marketing per immaginazione?

Abbandonati dalla generazione precedente che dopo averli resi bersagli del consumismo più feroce li lascia al loro destino, gli adolescenti sono sempre più soli. E non serve mettere poi in prima pagina la vicenda del 14enne che si suicida perché gay, se poi non si costruiscono percorsi educativi adeguati, che confermino ai ragazzi che il ponte tra le generazioni c’è e tiene. E che noi adulti ci siamo e che di loro ci importa. Molto.

il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2013