Manning, Assange e Snowden sono un po’ i tre moschettieri della cyber-era. Nemico comune: gli Usa. Che da parte sua li ricambia cordialmente.

Tre anglosassoni certamente “globali” per provenienza ed esperienze ora sparsi ai tre capi dell’emisfero boreale. Negli States il soldato semplice Bradley Manning appena condannato a 35 anni di reclusione, a Londra, confinato nell’ambasciata ecuadoriana da oltre un anno il papà di Wikileaks Julian Assange e forse a Mosca, o comunque in Russia, l’iniziatore del datagate Edward Snowden.

Figure diverse nel carattere e nel destino, ma legate da una linea sottile. E da un finale ancora tutto da scrivere.   

L’hacker australiano ha più volte preso posizione in favore della giovane ‘talpa’ dell’esercito Usa. Assange invece la prigione la vista solo per pochi giorni. Catturato nel Regno Unito dopo una fuga rocambolesca, è stato arrestato e velocemente rilasciato su cauzione. Il processo lo ha visto perdere contro la richiesta di estradizione della Svezia, dove deve rispondere di violenza sessuale a carico di due donne. Sempre proclamatosi innocente, Assange ha ottenuto asilo politico dall’Ecuador di Rafael Correa, uno dei non pochi incubi latinoamericani di Washington. Nell’impossibilità di mettere piede sul suolo britannico senza essere arrestato, Assange rimane rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana di Londra.

Ma non rimane con le mani in mano. Decide di correre per un seggio al senato australiano e fonda il partito Wikileaks. Il padre di Julian confessa che il M5S italiano è un modello da considerare attentamente, e Casaleggio ringrazia. Sarà dunque un seggio a Canberra a salvare il soldato Assange?

Non meno ricca di colpi di scena è la storia di Edward Snowden. Il Datagate esplode un po’ come una seconda, perfino più violenta ondata di Wikileaks. Sull’onda dello scandalo, il Wall Street Journal ha rivelato giusto ieri come la rete di sorveglianza americana riesce a raggiungere il 75 per cento di tutte le comunicazioni web negli Usa, una percentuale molto maggiore di quella ammessa dai responsabili della National Security Agency. Ma quando, circa due mesi fa, escono le rivelazioni sull’attività di controllo generalizzato del web esercitata della Nsa, Snowden, che per la stessa agenzia aveva lavorato, è già lontano dagli Usa, a Hong Kong.

Alla ricerca di una via di fuga, la talpa del datagate arriva a Mosca, nel cui aeroporto rimane bloccato più di un mese. Fino a che la Russia di Putin non decide di accordare asilo temporaneo a Snowden, che però è ancora oggi alla ricerca di un Paese che possa dargli un rifugio sicuro. Soluzioni possibili ma non confermate: il sempre-chavista Venezuela di Maduro, l’improbabile Islanda o, perché no, l’Ecuador come per Assange. 

L’essenziale, per lui come il fondatore di Wikileaks, è di evitare la fine del povero Manning.   

@andreavaldambri

il Fatto Quotidiano, 22 agosto 2013