“Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre” questa frase di Lincoln, pronunciata nel 1858, in un discorso nella cittadina di Clinton, si adatta bene alla vicenda della presentazione, da parte dell’AgCom, del regolamento sul diritto d’autore nelle reti di comunicazione elettronica.

Preceduta da una “vulgata” che aveva lasciato intendere come il clima fosse cambiato rispetto ai tentativi liberticidi dell’AgCom precedente, guidata dal Poeta Calabrò, che erano naufragati sullo scoglio dei diritti civili violati, si è rivelato più o meno come il “tarapia tapioca, come se fosse Antani con … a destra, o scherziamo”? di Mascettiana memoria (nel senso del personaggio di Tognazzi in Amici Miei).

Lo schema di regolamento infatti prevede il controllo a setaccio del nostro traffico internet, l’identità degli utenti svelate alle aziende del copyright a fronte di semplici segnalazioni (non ancora provate) di pirateria, la cancellazione coatta anche dei commenti e articoli che si limitano a incoraggiare alla violazione del diritto d’autore, nuovi obblighi in capo a Google e Youtube, la rimozione selettiva di file su blog, siti interne e forum, nonché l’inibizione all’accesso per siti esteri e altre amenità del genere.

Eppure un attento battage mediatico dei membri dell’Autorità si era concretizzato in un peana glorioso, che elogiava le magnifiche sorti e progressive del diritto d’autore, nonché il ruolo di “padre comprensivo” dell’AgCom, attento all’equilibrio tra repressione e diritti degli utenti.

Il tutto al riparo degli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, che era stata tenuta all’oscuro di quanto stava accadendo, e dello stesso Parlamento, che avendo richiesto informazioni sul Regolamento, si era visto leggere una dichiarazione da parte del Presidente Cardani, senza poter visionare in nessun modo quello che era già pronto da tempo.

L’impalcatura mediatica ha retto lo spazio di un weekend.

Quanto è bastato, agli attenti commentatori, soprattutto del web, per rendersi conto di quanto in realtà c’era scritto nel suddetto regolamento.

E, di rendersi conto che più che di un padre comprensivo ci si trovava di fronte al Padre Padrone di Gavino Ledda.

La vicenda ha subito sollevato le proteste dei consumatori e di coloro che dovrebbero svolgere il ruolo di “pattugliatori” e sceriffi del web, ovvero gli internet service providers che hanno fatto sentire, attraverso il web, la loro voce.

Silenzio invece dall’Autorità, che dopo aver partorito  il “capolavoro”, ha deciso di non commentare.

Torna in mente a questo punto la frase di Martin Luther King, nella lettera dal Carcere di Birminghan: “Non dobbiamo temere la parola dei violenti, ma il silenzio dei giusti”.