Un aereo militare che si schianta al lato del palco. Il piccolo Pink, ovvero Roger, che rimane orfano del padre, morto in guerra. Una madre possessiva, gli insegnanti autoritari e un muro che diventa sempre più imponente, crescendo insieme a un turbinio di nevrosi. E’ The Wall, il capolavoro dei Pink Floyd uscito nel 1979, che Roger Waters, bassista e voce del gruppo inglese e principale artefice di questa grande opera rock, ha proposto il 26 allo Stadio Euganeo di Padova e il 28 luglio all’Olimpico di Roma. Gli spettatori si sono ritrovati intrappolati in un vortice di suoni e immagini difficilmente dimenticabili. Dopo i 192 spettacoli del tour mondiale nei palazzetti e più di 3,3 milioni di spettatori dal 2010 al 2012, Waters ha voluto che l’atto finale di questo lunghissimo tour andasse in scena negli stadi. Così si è inventato questo tour europeo di 18 date e uno spettacolo ancora più grande e intenso di quello visto nei palazzetti.

The Wall negli stadi è un’esperienza emotiva unica, di quelle a cui si può assistere anche senza conoscere la storia e il repertorio dei Pink Floyd. Molto più di un concerto: un’opera teatrale, un film girato in diretta, una seduta di psicoterapia, un viaggio interiore così intenso da lasciarti, alla fine, spossato e confuso. Sul palco di Padova e Roma si sono alternati idealmente tutti i protagonisti di questa opera rock ancora così attuale: da Eric Fletcher Waters, il padre di Roger, militare dell’esercito inglese morto nel 1944 proprio qui in Italia nel corso della battaglia di Anzio, alla madre iperprotettiva e al maestro autoritario rappresentati da due enormi pupazzi. Sul muro sono state proiettate le immagini degli uomini che negli ultimi anni hanno ‘prodotto’ guerre e degli incolpevoli che le hanno subite: i bambini. Waters, infatti, non ha mai fatto mistero del suo antimilitarismo e della sua posizione molto netta nel conflitto arabo-israeliano, sostenendo apertamente il BDS, movimento per il boicottaggio di Israele. The Wall, infatti, è ancora oggi un invito a far crollare il muro dei ghetti e delle diffidenze.

In un buonissimo italiano Waters ha poi dedicato sia il concerto di Padova che quello di Roma alle vittime del terrorismo di Stato di tutto il mondo. E in particolare al cittadino brasiliano Jean Charles de Menezes, ucciso dalla polizia a Londra nel 2005 perché scambiato per un terrorista, e alla sua famiglia che lotta per ottenere verità e giustizia. La parte più struggente dell’esibizione è andata da Hey you a Comfortably Numb, con un’escalation di emozioni culminate con Bring the boys back home, un’esortazione a ‘riportare i ragazzi a casa’, a non mandarli più a uccidere e a morire in guerra, e con lo storico assolo di chitarra di Comfortably Numb.

The Wall negli stadi è uno show sconfinato che, come ha ribadito più volte Waters, alla fine degli anni Settanta sarebbe stato impossibile da realizzare mantenendo un coinvolgimento emotivo e teatrale così alto. Il progresso tecnologico ha aiutato tantissimo. Rispetto allo spettacolo nei palazzetti, infatti, la scenografia è stata ridisegnata e ingigantita per essere adattata agli spazi enormi degli stadi e per riuscire a raggiungere tutto il pubblico presente. Per questo motivo i proiettori sono diventati 49, rispetto ai 19 della precedente produzione indoor. E anche le dimensioni del muro sono raddoppiate, arrivando fino a 150 metri.

Prima di questo lunghissimo tour, che ormai dura dal 2010, The Wall era stato proposto dal vivo nella sua interezza solo 29 volte, 28 nel 1980 per il tour promozionale dell’album e poi una volta a Berlino, il 21 luglio 1990, in occasione delle celebrazioni per la caduta del Muro. L’idea di portarlo negli stadi è frutto di un problema logistico trasformatosi in una nuova possibilità: nel 2011, a Porto Alegre in Brasile, nel corso del tour nei palazzetti, Waters fu costretto a esibirsi all’aperto per mancanza di strutture adatte a ospitare lo show. Sembrava un passo azzardato metter su uno spettacolo raddoppiandone le dimensioni, soprattutto per il rischio di disperdere la carica emozionale del capolavoro dei Pink Floyd. Invece alla fine nessun suono è stato sprecato, nessuna immagine offuscata, nessuna emozione è andata persa.