Il governo ha messo la fiducia sul decreto “del fare” nonostante la sua stratosferica maggioranza e nonostante che Enrico Letta avesse garantito che avrebbe cercato di coinvolgere a tutti i costi il M5S “congelato” in una “sterile opposizione antisistema”.

A  pochi giorni dalla chiusura per ferie e nel cuore di questa estate in cui emergono con fin troppa chiarezza le priorità e gli intenti del governo delle larghe intese, i cittadini possono anche constatare che in un Parlamento sempre più marginalizzato esiste una opposizione e che al di là del gradimento sul taglio di capelli di Grillo e sul suo scarso bon ton istituzionale, la sta facendo il M5S in sintonia con il suo portavoce-fondatore.

Enrico Letta, al quale diversi nel  Pd cercano di  aprire la strada della segreteria dopo tutti i propositi sbandierati di tenere nettamente distinte le due cariche, vuole portare a casa al più presto il disegno sull’iter delle riforme per il riassetto della Costituzione con l’istituzione del comitato dei 42:  una garanzia di durata per il Governo e di tempi lunghi, se non infiniti per la nuova legge elettorale da concepire in funzione del nuovo assetto, negli auspici, in senso presidenziale. 

Difficile non concordare con la sostanza della denuncia di Grillo sulla volontà di scardinare l’impianto costituzionale per cambiare le regole del gioco democratico e assicurare ai partiti il sistema di potere e di “rimborsi” che si sono assicurati da un ventennio contro la volontà dei cittadini.

Anche perché la valanga di emedamenti dell’opposizione ed in particolare del M5S denunciati dal PD per giustificare il voto di fiducia si erano drasticamente ridotti da 50 ad 8 per poi arrivare al più che esiguo numero di 3. Ma evidentemente come ha constatato anche Pippo Civati, definito nel suo partito non senza intenti spregiativi “cripto-grillino” per aver parlato di un PD “autocommissariato” in funzione  della linea  Napolitano, la fiducia non dispiaceva fin dall’inizio.

Persino Mario Monti leader Scelta Civica e terzo alleato del “governo senza alternative” come preferisce chiamarlo il presidente del consiglio, almeno sui temi economici e sull’indegna propaganza per l’abolizione dell’Imu a cui è aggrappato mani e piedi Berlusconi, si permette di ironizzare sulla sua campagna elettorale e lo cita in merito al rimborso promesso, ora sarebbe quanto mai opportuno: ” ‘sapete che cosa? Se lo Stato non ha abbastanza soldi ce li metto io personalmente.’  Questa possibilità è ancora aperta.”  

Il PD invece più trascorrono i giorni del governo condiviso più si allinea a tutti i cavalli di battaglia della propaganda berlusconiana inclusa la soppressione dell’Imu e da ultima la giustificazione dell’evasione fiscale per “sopravvivenza” nell’interpretazione  del viceministro dell’economia Fassina, uno per intendersi “molto di sinistra” ora comprensibilmente acclamato da Brunetta; un’affermazione quantomeno incauta tanto più se non preceduta da un impegno strenuo e duraturo per tassare seriamente  grandi rendite finanziarie e plusvalenze, per recuperare e confiscare i patrimoni criminali, per applicare compiutamente la progressività prevista della Costituzione.

Per chiudere almeno temporaneamante le diatribe quasi sempre pretestuose e spesso scorrette su chi sia degno o indegno di fare politica e perché,  vorrei citare l’osservazione di uno scrittore-saggista,  lucido e decisamente poco estremista, Giuseppe Pontiggia scomparso nel 2013, che nel suo ultimo libro Prima persona, un bel mix di impressioni, mini-racconti, aforismi, evoca anche un suo incontro con Beppe Grillo.  Si incontrano in pizzeria, e Pontiggia gli racconta un’ irresistibile storiella sull’avarizia dei genovesi: Grillo la trova divertente e gli chiede di usarla, citando la fonte e così fa. Pontiggia rimane molto ben impressionato e annota:” Grillo aveva mantenuto la parola [a differenza di molti suoi amici letterati], a conferma che, in un paese di comici involontari, tra le poche persone affidabili ci sono i comici di professione” .