Come volevasi dimostrare. I primi due titoli della trilogia di Irene CaoIo ti guardo e Io ti sento, sono in alta classifica. Il terzo, Io ti voglio, è uscito il dieci luglio. Non stiamo parlando dei settanta milioni di copie della trilogia Cinquanta sfumature ma i diritti sono stati venduti in otto paesi e le lettrici italiane hanno risposto in massa al richiamo del pornosoft, della letteratura a luci rosa, dell’erotismo romantico. Sarà vera gloria se arriverà la parodia, come per E. L. James Cinquanta sfumature di minchia?

Le etichette non piacciono agli autori, ma individuano un segmento di lettori e qualche nome bisogna pur trovarlo per questa variazione su un tema non più eversivo. Dopo la liberazione sessuale, i reggiseni bruciati in piazza e l’overdose di sesso degli anni ’60/70, è difficile scandalizzare. Come ha detto il grande Marcello Marchesi “la lussuria non è più un lusso”, l’adulterio è uno svago e la verginità illegale. Oggi la sodomizzazione col burro di Ultimo tango – le “colonne d’Ercole del pudore”, l’ha definita un pm di quel tempo – è sovversiva solo per il colesterolo. Meglio la dieta mediterranea, anche in quel posto. Allora basta maledettismi e spazio a un erotismo che rappresenta una nuova frontiera del romanzo romantico. Come la barzelletta yiddisch della mamma che guarda il film porno sperando che alla fine i protagonisti si sposino.

Se il ‘900, diceva Stefan Zweig, ha sdoganato il sesso in letteratura – prima si faceva ma non si scriveva -, il Duemila ne registra l’approdo a una dimensione non più oscura e pericolosa. Parole come “cazzo” o “fica” sono interiezioni comuni e così la Cao torna alla terminologia anni ’50 dove diventano “il suo sesso”. Per dare una valenza erotica a sostantivi privati di sostanza o per pruderie di ritorno? La Pivano, che aveva combattuto una vita per “poter scrivere culo”, si rivolterà nella tomba?

Perché ormai scandalizzare a cosa serve? Non ci sono più frontiere del pudore da oltrepassare e se ci sono non fanno vendere, sono troppo estreme. L’ultimo libro bruciato è un fumetto francese, Hitler=SS, con sesso nel lager davanti ai forni, ma era il forno lo scandalo. Anche la condanna di Berlusconi a sette anni – solo uno per prostituzione minorile – conferma che la vera pornografia è la concussione. Va bè l’affarino presidenziale con la presunta pompetta – da cui il soprannome di Dagospia “cavalier pompetta” – potrebbe schizzare d’inchiostro le pagine d’un romanzo ma è il reato politico il vero corpo cavernoso. In Francia, moderna Ninive editoriale, Christine Angot ha scritto Una settimana di vacanza, dove racconta gli abusi subiti dal padre, a dimostrazione della necessità di oltrepassare la barriera della minore età ben oltre i 17 anni di Ruby e infrangere altri tabù per scatenare polemiche che non siano politiche.

E come pretendere di scrivere oggi i famosi “libri da sfogliare con la mano sinistra” quando Youporn e affini inaugurano ogni giorno un nuovo genere di perversione? Ieri la penetrazione col pugno (fist-fucking), oggi col piede calzato da un fantasmino di lattice (feet-fucking). Ci sono perfino varianti ecologiste della psicopatia sexualis con mazzi bio di ortiche per frustarsi le palle e neanche la cara vecchia zoofilia, per dire, scatenerebbe reazioni di qualche associazione cattolica, casomai di un gruppo animalista per la liberazione del beagle schiavo sessuale. Certo oggi più che mai un Gide si potrebbe sbizzarrire nei Sotterranei del Vaticano ma i terreni della trasgressione erotica sono pochi, estremi e speriamo che vengano arati a dovere, mentre le trilogie potrebbero essere approvate dalla Cei.

il Fatto Quotidiano 29 giugno 2013