Robert W. Fogel è morto l’11 giugno. E chi se ne importa? potrebbe dire qualcuno. Al contrario, benché non famoso come altri Premi Nobel per l’Economia (che egli ricevette nel 1993), Fogel passerà alla storia, come uno degli studiosi più brillanti del secolo e sarebbe sinceramente bene che anche in Italia qualcuno dimostrasse di conoscerlo un po’ di più.

Fogel non era un economista in senso stretto. Era un economista alla vecchia maniera, senza paraocchi, come i tanti che pontificano su televisioni e giornali. Non era cioè un «man of one book», aveva letto molto e se certamente fu il primo a fare un uso sofisticato dei dati economici, aveva capito che per spiegare un fatto economico non ci si può limitare a guardare la situazione di un breve momento, bisogna seguire il corso del tempo, perché sarebbe come voler capire una persona da un’istantanea, meglio, molto meglio il film, magari della sua vita.

Così Fogel aveva spiegato al mondo che in fondo la costruzione della rete ferroviaria negli Usa non aveva reso il paese molto più ricco. Chi fece i soldi, e molti, furono i magnati delle ferrovie, i Vanderbilt, gli Stanford, che dimostrarono di aver pensato molto di più a sé stessi che al prossimo.

Poi, non contento, andò a mettere il sale sulla coda di una questione ancor più calda per gli Usa, quella del ruolo dell’economia schiavista. Lui, che aveva sposato una donna afroamericana in un paese che ancora oggi fatica pensare ai matrimoni misti, fu accusato di razzismo. Ma aveva solo dimostrato che l’economia schiavista era tremendamente efficiente, che spesso le condizioni degli schiavi nel sud erano migliori di quelle degli operai del nord e che lo schiavismo chiuse bottega solo per una decisione politica, non certo per volontà degli imprenditori.

Poi proprio in occasione della consegna del Nobel affrontò un tema che per un americano è a dir poco acqua nell’olio. Il tema della sanità pubblica e dimostrò che i sistemi sanitari servono, eccome!, alla crescita della ricchezza collettiva, non sono un optional per farci diventare più vecchi.

Allevato all’ombra di economisti austriaci come Fritz Machlup e Abba Lerner, esercitò gran parte dei suoi anni all’Università di Chicago, ma non era un Chicago boy. Principe degli studi quantitativi, Fogel aveva una cultura vastissima al punto che può essere definito come il vero studioso interdisciplinare. Fogel ha dato continuità alla tradizione civile e sociale della città del lago Michigan, così come era vissuta fin dagli anni ’30 e come ancor oggi è da molti concepita. Nel dopoguerra era stato perfino comunista, ma in in tutta la sua vita fu sopratutto una persona aperta nei confronti di ogni influenza intellettuale, non un manicheo o un dottrinario.

Ultimamente si era occupato del problema del sistema pensionistico, sempre al cuore dei problemi economici, come solo un economista che non sa solo di economia può essere. Fogel lascia un grande vuoto, anche se in molti non se ne erano accorti, in questo mondo in cui la crisi economica è legata a doppio filo alla modestia degli economisti.