È morto, a 69 anni, Gian Carlo Nicotra. A molti, forse, questo nome non ricorderà nulla. Ma i programmi televisi di cui è stato regista sono entrati nella storia della televisione italiana. Uno per tutti, Drive in.

Aveva cominciato negli anni Sessanta, in Rai, con gli sceneggiati che all’epoca andavano per la maggiore e tenevano incollati allo schermo milioni di italiani. Tra gli anni Settanta e gli Ottanta, ha diretto alcuni varietà comici di grande successo (La Sberla e Black Out su tutti) e nel 1983 è stato chiamato da Silvio Berlusconi per rilanciare il varietà Fininvest.

L’anno della svolta è stato proprio il 1983 con l’ideazione e la direzione di Drive In, un programma cult che ha segnato gli anni Ottanta, e non solo dal punto di vista televisivo. È stato il punto di rottura di un modo di fare televisione, ma soprattutto di un modo di intendere la vita quotidiana. Erano gli anni dell’edonismo reaganiano, di Craxi al governo, della Milano da bere. Si era in pieno disimpegno, con gli yuppies protagonisti assoluti di una certa società italiana e con il consumismo in vorticosa ascesa. Drive In, sotto la sapiente guida di Nicotra, era riuscito proprio a interpretare televisivamente un mood dilagante nel paese. Si guardava agli Stati Uniti con ammirazione e una certa invidia, e le tv di Berlusconi avevano capito l’andazzo e lo avevano trasformato in un prodotto televisivo innovativo. O almeno per la società italiana, abituata a un certo varietà paludato e in doppio petto, scalfito solo verso la fine degli anni Settanta con programmi come Non stop, ma il format quasi sit-show, con un Drive In popolato di personaggi strani e di rottura rispetto agli schemi precedenti, si era spinto ancora più in là.

Molti, oggi, parlano di Drive In come epicentro di quel terremoto culturale che poi avrebbe portato lentamente al berlusconismo, ma all’epoca pubblico e critica erano d’accordo nel giudicarlo un capolavoro del linguaggio televisivo. Se abbandoniamo il senno di poi, e ci limitiamo a un’analisi obiettiva di quel periodo, è innegabile che il paninaro di Enzo Braschi o il bocconiano calabrese di Sergio Vastano erano simboli efficaci dei movimenti subculturali che si muovevano rapidamente sotto l’apparente crosta ingiallita di una società ferma. Ci sentivamo l’America, e per qualche anno abbiamo creduto di poter diventare anche noi il paese delle opportunità e del diritto alla felicità. Materiale, soprattutto. Ma questo è un altro discorso, non televisivo ma culturale e sociologico.

Gian Carlo Nicotra ha curato solo la prima edizione del programma, ma l’impronta innovativa e dirompente del Drive In 1983 si conserverà solo parzialmente nelle quattro edizioni successive. Lo sperimentalismo televisivo del regista era evidente, e il mix con il genio autorale di un allora ispirato Antonio Ricci ha fatto il resto.

Dopo Drive In, per Nicotra arrivano altri successi su Canale 5: W le donne (con Andrea Giordana e Amanda Lear) e Grand Hotel (un sit-show con un cast importante, venduto come format in molti paesi). Il ritorno in Rai è targato 1987, con la regia dell’ultima edizione di Portobello, dopo il caso Tortora.

Negli anni Novanta, la fama raggiunta gli ha permesso di dirigere programmi “comodi”, meno sperimentali rispetto al passato ma più sicuri dal punto di vista dell’Auditel: Partita doppia e Tutti a casa con Pippo Baudo, I Cervelloni, Per tutta la vita, Ci vediamo in tv con Paolo Limiti.

Ma evidentemente gli stimoli creativi erano finiti e la tv del XXI secolo non era e non poteva essere più la sua. Nel 2011, dunque, il trasferimento in Cina, a Shanghai, dove aveva creato la Società Spazio Danza, organizzatrice di eventi televisivi e di grandi spettacoli in genere, tra cui la cerimonia di inaugurazione dell’Italian Pavillon.

Con la sua morte, e non è retorica, se ne va un protagonista importante del boom televisivo degli anni Ottanta. Quel fenomeno tra pop e trash che adesso ci fa storcere il naso ma che trent’anni ha cambiato radicalmente usi e costumi della cultura nazionalpopolare del nostro paese.