È in libreria da pochi giorni, edito da Sironi, un saggio di Renzo Agasso, ‘Aula 309 dedicato alla tragica e toccante storia del giudice bergamasco Guido Galli, ucciso da “Prima Linea” il 29 marzo 1980 proprio di fronte all’Aula 309 della Statale di Milano.

Siamo in presenza di un libro molto denso. Unisce, infatti, un’attenzione biografica certosina a una puntuale analisi politico/storica e, soprattutto, a testimonianze/interviste di persone che hanno conosciuto il giudice. Il quadro che ne esce è davvero completo: il lettore “assorbe” sia la tensione politica di quegli anni sia molte sfaccettature della vita di un magistrato che è diventato un simbolo non solo umano ma anche professionale e d’impegno civile.

La prefazione è, significativamente, di Umberto Ambrosoli, il quale non solo ricorda, da avvocato, le suggestive parole incise sulla targa commemorativa in Tribunale a Milano (“Avete semplicemente annientato il suo corpo, ma non riuscirete mai a distruggere quello che lui ha ormai dato per il lavoro, la famiglia, la società. La luce del suo spirito brillerà sempre annientando le tenebre nelle quali vi dibattete”) ma accenna, sottovoce, a una sorta di legame silenzioso che unisce persone che hanno visto i genitori o i propri cari morire, spesso inspiegabilmente, nel più violento periodo della nostra storia recente.

Il libro muove dalle ‘basi’: il 19 marzo 1980 Guido Galli, giudice istruttore al Tribunale di Milano e docente universitario di criminologia, viene ucciso in Università Statale, da un commando armato, nel pomeriggio. Poco dopo le 17, l’attentato viene rivendicato all’Ansa da “Prima Linea” e dal “Nucleo di fuoco Valerio Tognini”. Da quel momento in avanti lo scritto, come accennavo, prende tante direzioni diverse, capitolo dopo capitolo, che, però, terminata l’ultima pagina, riportano il tutto a unità e, soprattutto, non disorientano il lettore.

Una prima “direzione” analizza il Guido Galli magistrato, il suo importante incarico da giudice istruttore tra il 1978 e il 1979, le indagini su Corrado Alunni e la gestione magistrale e innovativa di una maxi-inchiesta sulle formazioni eversive e combattenti (in particolare “Formazioni Comuniste Combattenti” e “Prima Linea”) che non aveva eguali in Italia. Il volume scende nel dettaglio, e parla di strategie moderne, di approcci processuali originali ed efficaci, di nuove forme di collaborazione e cooperazione tra i giudici che portarono a risultati tangibili.

Vi è, poi, l’attenzione al Guido Galli accademico, alla sua passione (e rigore) per lo studio del diritto penale, della procedura penale e della criminologia, ai suoi libri, al suo periodo di studio in Germania e al suo fine intelletto, alla sensibilità per la legislazione penitenziaria di quegli anni e per la dignità e i diritti del detenuto.

Alternati ai capitoli dedicati al magistrato vi sono alcune parti più “di cronaca” che illustrano, invece, al lettore il contesto storico e politico di quegli anni, le attività di “Prima Linea” e di altri gruppi, le 429 persone uccise in due decenni, le circa 2.000 persone ferite e i 15.000 atti di violenza “politicamente motivata” in quelli che furono definiti ‘anni di piombo’.

In un certo senso, l’autore del libro cerca di far comprendere al lettore le possibili motivazioni politiche (se di “motivazioni” si può parlare!) di un simile gesto che colpì un magistrato esemplare, e lo fa scavando nelle origini di quei movimenti (sin dal 1976) che sfociarono nella violenza e negli attentati, sino a generare una vera e propria guerra contro gli organi dello Stato. Nonostante Agasso allarghi la visuale, al centro della sua analisi politica c’è soprattutto “Prima Linea”, fenomeno durato meno di cinque anni ma che portò un numero di morti inferiore solo a quello delle Brigate Rosse, e l’attenzione muove dalla cosiddetta “disillusione” della “sinistra rivoluzionaria” e il risentimento furioso alla base del movimento del 1977.

Il 29 gennaio 1979, ricorda l’autore, a Milano fu giustiziato anche il sostituto procuratore Emilio Alessandrini, magistrato trentasettenne che stava indagando con grande cura (e nuove prospettive) sulla bomba in Piazza Fontana e sul fallimento del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi: un omicidio che, in un certo senso, “anticipò” quello di Guido Galli e che aveva destato allarme nella magistratura milanese.

Le parti più toccanti e “umane” del libro sono, però, i numerosi ricordi di Guido Galli narrati dai familiari, dai colleghi, da avvocati milanesi e dal parroco della sua Val Brembana (che frequentava soprattutto d’estate). Sono ricordi che evidenziano non solo il valore dell’uomo ma anche la dedizione alla famiglia e al lavoro, il carattere equilibrato, i numerosi interessi per le piccole cose (dai fumetti al disegno, sino alle lunghe camminate in montagna) e la capacità di trasmettere anche ai figli valori importanti e la passione per il diritto (due figlie sono, oggi, magistrati a Milano).

Nel libro c’è anche molto spazio per il diritto, per il processo e per le strategie di indagine: quegli anni richiesero a Guido Galli e ai magistrati che operavano nel terrore uno sforzo enorme per adattare il codice, le tecniche d’indagine e il loro modo di lavorare a un fenomeno mutevole quale quello del terrorismo e delle bande armate, senza contare il delicato rapporto con i pentiti. Fu un periodo di nuovi e grandi processi e di cambiamento dell’intero sistema giuridico: gli stralci di atti processuali a volte citati nelle pagine evidenziamento chiaramente questo nuovo clima.

Si tratta, in conclusione, di un libro più complesso di quello che appare. Non è una semplice biografia, o un insieme di ricordi toccanti (soprattutto quelli dei familiari, dei figli, degli amici e dei colleghi di lavoro), ma è uno spaccato molto suggestivo di un periodo storico che ha raggiunto livelli di violenza e di ingiustizie enormi. In tempi in cui tutto si dimentica troppo in fretta, leggere libri simili è sicuramente benefico e riporta l’attenzione ad episodi che non si dovrebbero, invece, scordare mai.