Il sipario si riapre. E’ la terza volta. Lo scroscio dell’applauso è continuo, teso, convinto. Dal palco del teatro Sannazaro s’inchinano timorosi al pubblico in platea. Si tengono per mano. Si fanno forza, danno forza. E’ come uscire dopo nove mesi dal grembo della madre, abbracciare il mondo. E’ la prima volta. Gli occhi sono iniettati di gioia, di pura vita. E’ vero. A volte è proprio bello sorridere. Il volto è più luminoso, disteso, soave. Ci sono occasioni dove non occorre neppure avere voce per parlare direttamente al cuore. Antonio, Francesco, Marco, Francesco, Nico, Claudio, Francesco, Dragana, Giuseppe, Antonio sono ospiti del carcere minorile di Nisida a Napoli.

Un’umanità sommersa e perennemente non salvata. C’è chi ha scippato il Rolex, chi ha rubato un’auto o uno scooter, chi ha rapinato. C’è chi ha tentato un omicidio, chi l’ha commesso l’omicidio. C’è chi per conto del clan ha chiesto il pizzo, chi è un apprendista killer, chi sogna di fare il boss. Poi c’è chi spaccia, chi è una vedetta, chi è dormiente e aspetta l’occasione. Sono i diavoli che infestano il paradiso. I cattivi. I colpevoli. I senza speranza. Nei rapporti internazionali sono bollati come “esuberi sociali”. Loro sarebbero l’errore, se ci fosse il giusto. E’ così, matematico. Poi accade che cala il buio e contemporaneamente evapora il vociare della platea.

C’è solo silenzio e attesa. Spunta un fascio di luce, su uno di loro. I piedi sono puntati, inchiodati, ancorati alle tavole del palcoscenico. Lo sguardo è proteso in un punto casuale, ignoto. Ora “l’avanzo di galera” non è più lui, è un attore. Non c’è trucco. E’ la magia del fare dei laboratori musicale e teatrale dell’Ipm Nisida diretti da Pino de Maio e Veria Ponticiello. “Lavoriamo su testi e canzoni di Raffaele Viviani – spiega introducendo lo spettacolo Gianluca Guida, bravo direttore dell’istituto di pena di Nisida – non per dare l’immagine oleografica e da cartolina ma perché quest’autore racconta la Napoli dolente ma non indolente. La Napoli che vuole riscattarsi”.

Comincia il raccontano corale “Pe’ vicule…sotto voce”, spettacolo con il patrocinio morale di Unicef, comitato regionale Campania – Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza – Rotary Club, Napoli sud ovest – Associazione culturale Teatro di Sotto. Sto seduto sulla mia poltroncina. Osservo con attenzione Francesco, un ragazzo corpulento, dalla camminata spavalda e petto in fuori. E’ una fascia di muscoli. Sguardo di sfida a tratti altezzoso. Il maestro Pino De Maio, da oltre 20 anni impegnato con i ragazzi detenuti di Nisida, autore di splendide opere: cito una per tutte “Marialuna” che gli è valsa il conferimento della medaglia della Repubblica, accompagna con la chitarra. Francesco non muta atteggiamento.

E’ il momento. Cosa succede? Serra le mascelle. Prende fiato. E’ voce meravigliosa. Il grande drammaturgo, regista, capocomico, autore sembra materializzarsi sulla scena. Canzoni dolenti, racconti di plebaglia. Gli ultimi sono sempre ultimi, le miserie sono molte, le nobiltà poche. E’ emozione. E’ pelle d’oca. E’ una percezione diversa, dilatata. Ci sono dieci attori. Nisida è ora sullo sfondo. La città vera irrompe attraverso una delle sue vere facce quella dell’istituto di pena minorile. E’ il miracolo del teatro. Non ho più certezze. Cambia la prospettiva dei fatti. E’ un caleidoscopio. Forse non è il reato che fa la persona. A volte ci sono episodi che stravolgono la vita. Ci sono vittime e carnefici ma anche carnefici vittime.

Adesso lo penso, davvero. Se questi ragazzi avessero avuto dei contesti diversi forse non avrebbero probabilmente fatto quelle scelte e forse non ci sarebbero state tante vittime da una parte o dall’altra. Vittime consapevoli, vittime inconsapevoli. Napoli è piena di controsensi. Non mi distraggo. Sposto l’attenzione. Osservo e scruto le reazioni. Accanto a me un paio di signore ingioiellate. Qualche poltrona più avanti: settantenni rampanti, professionisti chic. Tutte persone rispettabili e sensibili. Ma il pensiero vola a tutta quella borghesia grassa, distante e poco illuminata. Quella che a Napoli e per Napoli non ha mai fatto un cazzo e che troppo spesso pensa : “Questi ragazzi sono sfortunati”, “Colpa dei vizi”, “Le brutte compagnie”, “L’ignoranza!”, “Non hanno voglia di lavorare”, “La droga, i soldi facili”, “Speriamo che si salvino”. Tradotto: noi non c’entriamo con i rietti. Noi siamo i buoni. Loro sono la plebe cattiva. Mai un dubbio li sfiora. Beati loro! Eppure se ci sono tanti ragazzi a Nisida forse è anche per colpa delle scelte sbagliate e dell’indifferenza di troppi adulti compreso l’estensore di questo articolo. E’ Viviani, ancora. Vita reale, città dolente.

Adesso il sipario resta aperto. Veria Ponticiello prende la parola anche a nome di Pino De Maio e dice commossa rivolta ai dieci ragazzi di Nisida “che il teatro e la musica hanno il potere di mettere le alucce di rondine e far volare anche chi è un diavoletto”. L’ultimo pensiero è di Clemente, in passato ospite di Nisida, adesso laureato e attore di professione. “A noi è toccato il destino di una vita in salita. A volte si fanno scelte avventate e si paga un prezzo. Ma ci si può riscattare. Il percorso della propria vita, si può cambiare. La cultura e l’arte ti donano la libertà di scegliere. Paga più un’ora di spettacolo che fare una cento euro con uno scippo”. Sono talenti inespressi, potenzialità nascoste, giacimenti di arte e umanità. Eduardo De Filippo negli ultimi anni di vita ne fece battaglia personale. Aveva capito, prima degli altri, che quando a’ nuttata è passata, esce il sole e la vita non è più la stessa acquista luce. Manca un pezzo, però. Fuori la città non perdona. Il marchio è impresso a fuoco.

Le opportunità sono poche e i lupi non stanno a guardare. Napoli è piena di controsensi e aggiungo di pericoli. Occorre fare di più. Occorre un sussulto della città operosa.