La storia della foto della sosia del Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini postata su Facebook con tanto di commento da caserma e quella dei presunti commenti offensivi del Capo dello Stato hanno acceso un vivace dibattito sui limiti da  porre alla circolazione dei contenuti online ed innescato la reazione di magistratura e forze dell’ordine.

Niente di strano, naturalmente, né che si discuta di episodi, tutto sommato, “nuovi”, almeno nel nostro Paese né che forze dell’ordine e magistratura facciano il loro dovere, cercando di far rispettare le leggi.

Tra il partito del Cavaliere che minaccia di riproporre il famigerato decreto intercettazioni con a bordo – probabilmente – il liberticida comma ammazza-internet, l’allarme urlato dal Presidente della Camera dei Deputati a proposito delle offese ricevute via Internet e polizia e magistratura che sembrano aver messo “una marcia in più” nel dar la caccia a blogger e commentatori dalle “dita facili”, c’è, tuttavia, più di un motivo per preoccuparsi che, in Italia, si prenda una brutta piega.

Vale allora la pena di ricordarci e ricordare che certi problemi – ad esempio l’utilizzo di internet come strumento di dibattito politico, talvolta, anche colorito ed offensivo – non ci sono solo nel nostro Paese e che, forse, guardare oltre i confini aiuta a trovare soluzioni e risposte migliori di quelle che si darebbero in modo istintivo o emotivo.

E’ il caso, ad esempio, del procedimento contro i commentatori del blog di Beppe Grillo che la Procura della Repubblica di Vallo della Lucania sta perseguendo per vilipendio del Capo dello Stato o di quello per diffamazione che la Procura della Repubblica di Roma sta conducendo – pare con straordinaria determinazione – contro chi ha fatto rimbalzare in Rete la foto della sosia dell’On. Boldrini, in versione “naked” e con commento nel quale si attribuiva alla Presidente della Camera un primato assai poco istituzionale.

In un caso e nell’altro siamo davanti a procedimenti penali, certamente, sin qui, legittimi perché – almeno a quanto si sa – condotti in conformità alle leggi nazionali e, peraltro, a tutela della prima e della terza più alte cariche dello Stato.

Guai però a dimenticarsi che, nel caso di specie, la magistratura è impegnata in un esercizio straordinariamente complicato come l’applicazione di regole vecchie decine di anni ad un contesto – quello della circolazione di contenuti online – completamente nuovo e certamente imprevedibile da parte di chi quelle regole ha pensato ed ha scritto.

Nessuno, fino ad un pugno di anni fa, avrebbe potuto immaginare che oltre venti milioni di cittadini italiani avrebbero potuto “criticare” – ciascuno a modo proprio e secondo la propria sensibilità ed educazione – le più alte cariche dello Stato, partecipando così al dibattito politico, come, sino a ieri, era possibile solo in modo estemporaneo ed eccezionale manifestando in una piazza.

E’ per questo che, forse, sarebbe utile che i politici prima – specie se siedono sugli scranni più alti della Repubblica – ed i giudici poi, leggessero tutto d’un fiato, la sentenza con la quale, nei mesi scorsi, la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha condannato il Governo francese, ritenendo che l’applicazione di una sanzione penale [n.d.r. peraltro nel caso che ha dato origine alla pronuncia una condanna ad una multa di trenta euro] ad un’ipotesi di offesa all’ex Capo dello Stato, Sarkozy, da parte di un cittadino politicamente impegnato, doveva ritenersi sproporzionata alla stregua della Convenzione internazionale per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e suscettibile, per questo, di limitare in maniera illegittima la libertà di manifestazione del pensiero con particolare riferimento al dibattito politico.

Per evitare ogni equivoco, val la pena ricordare, che, nel caso di specie, il cittadino poi condannato a 30 euro di multa per vilipendio al Capo dello Stato, aveva alzato un cartello, nel corso di una manifestazione cui stava partecipando il Presidente della Repubblica, con una frase ben più offensiva e volgare di quelle che – a quanto risulta – sarebbero state indirizzate al Capo dello Stato ed all’On. Boldrini.

Applicando principi peraltro analoghi a quelli già elaborati dalla giurisprudenza italiana, la Corte europea ha stabilito che, pur non potendosi dubitare del carattere offensivo della frase, per valutare la legittimità della condanna comminata al cittadino francese, sarebbe stato necessario esaminare l’episodio nel suo complesso con particolare riferimento alla qualità del destinatario della frase offensiva ed al contesto nel quale la frase era stata pronunciata.

E’ proprio muovendo da queste considerazioni che la Corte Europea, contestualizzato l’episodio come un momento – ancorché acceso – del dibattito politico nazionale, ha messo nero su bianco, nella sentenza, un principio che, faremmo bene, tutti, a tenere a mente: la Convenzione sulla salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali “lascia poco spazio per delle restrizioni alla libertà di espressione nel dibattito politico – nel quale la libertà di espressione riveste la più alta importanza  – o nelle questioni di interesse generale.”.

“I limiti di critica ammissibili – hanno aggiunto i giudici della Corte – sono più ampi in relazione ad un uomo politico rispetto a quelli applicabili ad un semplice cittadino: a differenza del secondo, il primo si espone inevitabilmente e coscientemente ad un controllo attento delle sue azioni tanto da parte dei giornalisti che dei comuni cittadini”.

Ineguagliabile – per chiarezza ed attualità – la chiosa della Corte Europea dei diritti dell’uomo: l’uomo politico, quindi “deve, conseguentemente, mostrare una maggiore tolleranza [n.d.r. rispetto a quella esigibile dal cittadino comune]”.

E’, più o meno, il principio opposto a quello che sembra sotteso ad alcune recenti reazioni delle massime cariche dello Stato, in Italia, e alla straordinaria incisività e tempestività dell’azione di magistratura e forze dell’ordine nella repressione di certe offese indirizzate, online, ai vertici delle nostre istituzioni.

Ed eccola la conclusione della Corte Europea dei diritti dell’uomo: il ricorso alle sanzioni penali per punire delle offese al Capo dello Stato, nel contesto esaminato [n.d.r. il dibattito politico] è sproporzionato in quanto non necessario in una società democratica.

E’ questo il “punto di vista” che sarebbe bene non sfuggisse ai vertici delle nostre istituzioni ed alla magistratura impegnata nel garantire il rispetto della reputazione e dell’onore a queste ultime.

A procedere in una direzione diversa, c’è il rischio – che oggi appare straordinariamente attuale – che il nostro Paese finisca nella lista di quelli che, per ragioni più o meno nobili, fanno carne da macello dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Attenzione – per evitare ogni facile equivoco – vale la pena chiarire che nessuno dice che sia legittimo offendere impunemente questo o quell’uomo politico ma solo che questi ultimi devono mostrare maggiore tolleranza di un comune cittadino nel ricevere critiche talvolta persino offensive e che gli autori di tali critiche non vanno “puniti” troppo severamente perché, altrimenti, si corre il rischio di disincentivare quanti vorrebbero e potrebbero partecipare al confronto ed al dibattito politico.