Norme sull’occupazione e lo sviluppo, riforma della normativa sulla cittadinanza con l’introduzione dello ius soli, e diritto di voto ai residenti di origine straniera. Ma per il presidente della Camera Laura Boldrini tra le priorità della nuova legislatura rientra anche una regolamentazione di Internet. Perché, spiega in un’intervista a Repubblica ben più pericoloso di “camminare per Roma senza scorta” è “che si diffonda in rete una cultura della minaccia tollerata”, specie contro le donne, spesso bersaglio di insulti. Insomma, dice, “so bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela”. Offese personali contro cui la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per minacce, diffamazione e violazione della privacy.

Eppure c’è già la legge ordinaria a garantire i cittadini, attraverso denunce, querele e segnalazioni all’autorità giudiziaria. C’è anche la legge anti-stalking. Basta denunciare il responsabile, visto che online alle minacce corrisponde anche un profilo su un social network o una pagina web. Ma per Boldrini utilizzare i mezzi di cui – da sempre – dispongono i cittadini è “come svuotare il mare con un bicchiere”. E allora che fare? Un revival dell’emendamento di Gianpiero D’Alia – oggi ministro per la Pubblica amministrazione – e della sua legge “ammazza-blog”, ricomparsa come un’araba fenice nella bozza Severino sulle intercettazioni e che prevedeva l’obbligo di rettifica entro 48 ore pena una multa di 12mila euro? O magari riesumare la proposta dell’ex onorevole Pdl Gabriella Carlucci contro l’anonimato in rete? Tutte bozze di provvedimento ritenute censorie e contro l’articolo 21 della Costituzione. E affidarsi alla legge? “Non posso denunciarli tutti individualmente – spiega il presidente della Camera -: è un’arma spuntata, la giustizia cammina lentamente al cospetto della Rete”. 

Dall’episodio personale e dalle offese che spiega di ricevere quotidianamente, il presidente della Camera solleva un dibattito più ampio. Ma come scrivere una norma che impedisca agli utenti di postare o pubblicare in rete materiale che potrebbe risultare offensivo? Per lei è possibile. Qualche indicazione? No, nessuna. Oltre a sostenere il ripristino “del rigore” della legge Mancino, contro l’incitamento al razzismo e all’odio razziale online, si è limitata a dire a Repubblica: “Se vogliamo cominciare a pensare alla rete come ad un luogo reale, dove persone reali spendono parole reali, esattamente come altrove. Cominciare a pensarci, discuterne quanto si deve, poi prendere delle decisioni misurate, sensate, efficaci (..). La politica deve essere coraggiosa, deve agire”. Anche se non è dato sapere cosa dovrebbe fare.

L’allarme del presidente della Camera nasce lo scorso 14 aprile, quando aveva scoperto un fotomontaggio su facebook in cui compariva nuda. Era postato sul profilo di Antonio Mattia, giornalista della provincia di Latina. Materiale rimosso a tempo record a 8-10 ore dalla pubblicazione, quando la polizia postale, arrivata direttamente a casa di Mattia, “ha disposto il sequestro delle foto diffuse in rete e la rimozione della fotografia”. Un’indagine rapidissima. Dallo staff della Boldrini però hanno smentito qualsiasi interesse “personale”: “A far partire la denuncia – hanno detto – è stato il personale di polizia di Montecitorio senza alcun intervento diretto della presidenza”. Intanto Boldrini, che pare accorgersi solo ora del tradizionale tam tam in rete intorno a chi ricopre cariche pubbliche, ha ingaggiato anche una “task force” di 7 agenti, come ha scritto Il Giornale, per monitorare i contenuti sul web che la riguardano. Forze dell’ordine che sono state distolti da indagini sui crimini informatici che riguardano i cittadini. Anche in questo caso, però, dall’ufficio di presidenza fanno sapere che si tratta solo di “un’ipotesi allo studio”. Non solo: nel decreto d’urgenza firmato dal pm di Roma Luca Palamara era stato disposto “il sequestro preventivo mediante oscuramento delle pagine web (…) nonché delle diverse e ulteriori pagine web che verranno individuate sulla rete con loghi, marchi, contenuti, riconducibili alla persona offesa”. Insomma, della vicenda non si può parlare in nessun modo.

Un tipo di intervento talmente celere che ha suscitato la reazione del sindacato di polizia Coisp che, pur esprimendo “massima solidarietà” alle offese e minacce ricevute dal presidente della Camera, considera un “privilegio intollerabile” anche solo “pensare di poter avere a propria esclusiva disposizione parte di quei già pochi uomini, mezzi e risorse” e “che nessuno si dovrebbe concedere e meno che mai un Rappresentante Istituzionale”, specie “nella drammatica carenza di uomini, mezzi e risorse in cui già operiamo dovendo fornire la migliore risposta a quanti hanno diritto di vedere tutelati i propri diritti”. In sostanza per il sindacato dichiarare battaglia alla Casta e poi “pretendere una ‘scorta’ anche sul web è qualcosa che lascia ben più che perplessi”. Per contrastare violenza e minacce in rete, a tutela dei cittadini come delle istituzioni, dunque, basta fare funzionare la giustizia. Senza sottrarre agenti per ‘task force’ ad personam ed evitando di abbozzare altre leggi bavaglio. Che, finora, hanno solo dimostrato di volere “ingabbiare” la rete e la libertà d’opinione.