Maschile, gioventù (perlopiù violenta), famiglia (ovviamente disfunzionale), scambi territoriali, per rivisitazioni & ritorni (più o meno sorprendenti). Dovessimo creare gli hashtag del 66° Festival di Cannes, ecco le papabili parole-chiave estrapolate dalla kermesse formato mare magnum più prestigiosa del cinema mondiale.

Domani si apre, domenica 26 maggio si chiuderà con una Palma d’oro che difficilmente finirà nelle mani di una donna. Perché, appunto, su 20 concorrenti spicca un’unica portabandiera rosa, Valeria Bruni Tedeschi, la discreta sorella dell’ex premiére dame Carlà. Torinese ma ormai parigina da sempre, sfida i colleghi con Un chateau en Italie, mostrando che anche i ricchi piangono, specie nel suo Paese d’origine. Il fatto di una solitaria quota pink del concorso principe di Cannes 2013 ha scatenato le urla furibonde delle femministe di alcuni collettivi transalpini. Per La Barbe siamo addirittura a “una settima arte misogina”, come riporta oggi il settimanale di Le Monde. Certo, c’è Sofia Coppola (con The Bling Ring, su una gang di ragazze ladre, non lontano dalle Foxfire che presto vedremo nelle sale per la regia di Laurent Cantet) ad aprire Un Certain Regard, ma non è la stessa cosa.

Il concorso ufficiale profuma sempre di sacro, così come il film d’apertura, punta del glamour spesso lapidato dalla critica. Tradizione a cui non pare (già) sottrarsi Il Grande Gatsby firmato in 3D dall’australiano visionario-pop Baz Luhrmann, assurto quest’anno a “opening film”. Il maestro di ambiguità uscito dalla mente di F.S. Fitzgerald rivive non senza perplessità nel corpo di Leo DiCaprio che “succede” al ben più fascinoso Redford, nella celebre trasposizione del 1974 diretta da Jack Clayton.

Per gli “intolleranti” alla staffetta Redford-Di Caprio, è doveroso ricordare che potranno godersi le rughe del 77enne Bob come protagonista unico di All is lost, disaster movie fuori concorso dell’americano J.J. Chandor. Ma torniamo al concorso. Mosso – si diceva – sulle dolenti note di tragedie giovanili, identitarie & famigliari. A partire dal messicano Escalante (il primo in ordine di apparizione) con il suo Heli, sull’amore tra una 12enne e un giovane poliziotto. Di poco più grande (15 anni) gli fa eco l’Adèle del franco-tunisino Abdellatif Kechiche che con il suo quinto lungometraggio, La vie d’Adèle, non teme di mostrare la maturazione di un acerbo lesbo-amore. 17enne è invece la web Lolita del prolifico cineasta francese François Ozon (Jeune & Jolie, appunto “Giovane e carina”) con la giovanissima Marine Vacth, il nuovo volto “parigino” per Yves Saint Laurent dopo Kate Moss.

E ancora giovani (e incazzati) sono i minatori cinesi di Jia Zhangke (A Touch of Sin), il protagonista Ryan Gosling del regista cult Nicolas Winding Refn (Only God Forgives, dal 30/5 anche nei cinema italiani), i migranti fermati a Ellis Island nei primi anni Venti diretti dal talentuoso James Gray (The Immigrant). Meno green, ma altrettanto furibondi d’ingiustizia subìta, sono gli omo-amanti immortalati da Steven Soderbergh in Behind the Candelabra, sui tormenti del pianista Liberace (protagonista è un bentornato Michael Douglas, irriconoscibile in parrucca da anni ’70). Il film del regista americano era talmente “out of the question” nei censurati cinema a stelle e strisce che sarà visibile solo in tv, sull’illuminata HBO.

E problematiche sono anche le vite del folk singer del Greenwich Village di NY (Inside Llewyn Davis) per il quale i fratelli Coen tornano nei ruggenti Sixties, e dell’indiano in psicoterapia in quanto traumatizzato dalla II Guerra Mondiale (Jimmy P.) che il francese Arnaud Desplechin scolpisce sul volto di Benicio Del Toro. Il suo film è esemplare di quel magnifico “scambio territoriale” (registi che girano in altri Paesi e relative lingue, a conferma che il cinema ha un solo linguaggio..) di cui sopra: a un transalpino che gira in Texas rispondono un iraniano e un polacco che girano a Parigi (Ashgar Fahradi con Le passé e Roman Polanski con La vénus à la fourrure).

Di coppie (vecchie o di nuova formazione) e relative dissociazioni raccontano entrambi i film, universali quanto i “sopravvissuti” Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch, o le famiglie disfunzionali di Alexander Payne (Nebraska) e del giapponese Kore-eda Hirokazu (Like Father, Like Son). Ma a esplicitare la decadenza nuda e pura di una socio-esistenza occidentale esasperata è solo uno, almeno sulla carta: il “nostro” Paolo Sorrentino, unico tricolore concorrente. La grande bellezza rievoca il Fellini di Roma e de La dolce vita. Cosa ne dirà le president du jurie Steven Spielberg (che non partecipa a giurie dal 1976, “sono stato troppo impegnato in questi ultimi anni..”) è tutto da scoprire.

Su di lui una cosa è già certa: la sua DreamWorks ormai può considerarsi indiana, giacché il taycoon di Bombay Amil Ambani ne ha rilevato la maggioranza azionaria. Un bizzarro legame con il 66mo Cannes, dove si celebra il centenario di Bollywood. Ad aprire le danze domani del festival totalmente gestito da patron Thierry Frémaux (il grande capo Gilles Jacob ha ceduto il trono, a 83 anni..) sarà la madrina Audrie “Amélie” Tatou.