Let’s party like it’s 1793 titola l’Economist e dedica, per la seconda volta in sei mesi, la sua copertina a Xi, nuovo presidente cinese. Lo mette sempre su un trono. Questa volta, il richiamo iconografico a uno degli imperatori più potenti e ricchi della storia cinese è evidente. Peccato che i suoi concittadini non possano apprezzarla. Il dipartimento di propaganda non deve essersi sentito onorato da questo accostamento e le immagini della copertina del settimanale britannico sono sparite dall’internet cinese. Alcuni fortunati sono stati in grado di vederla durante quella mezz’ora necessaria affinché tutte le sue tracce sparissero dalla rete. Ed erano di parere opposto. “Sono orgoglioso di avere un leader come lui”, postava qualcuno su Weibo, il twitter cinese.

Il riferimento storico è a una data spartiacque. Nel 1793 l’inviato britannico Lord Macartney arrivò a corte chiedendo di poter aprire un’ambasciata. Allora il Pil dell’Impero di mezzo era pari a un terzo di quello mondiale e l’imperatore declinò l’invito altezzosamente: “I prodotti del vostro paese non ci sono necessari”, scrisse al re Giorgio III. Pochi anni dopo gli inglesi tornarono con le cannoniere per obbligare il paese ad aprirsi al commercio. Scoppiò la guerra dell’Oppio, poi venne la fine dell’impero e il maoismo.

Da allora la Cina ha compiuto uno sforzo straordinario per tornare agli antichi fasti. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà e altrettante sono entrate a far parte di una nascente classe media. È ormai divenuta la seconda economia mondiale e si prevede che scalzerà gli Usa entro il decennio. Si tratta del “sogno cinese”, lo slogan che più di ogni altro caratterizza la nuova leadership. Ma la sua ascesa dipende anche stavolta dalla capacità di riformare il Partito. E la scomparsa di quest’immagine non lascia presagire nulla di buono.

Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2013