La Convenzione “miracolosa” che dovrebbe risolvere tutti i mali delle mancate riforme, da trent’anni a questa parte, sarebbe  già in bilico almeno secondo le parole caute ma raggelanti del “saggio” Quagliariello, indicato a sua volta come papabile per la presidenza, che comunque considera Berlusconi un presidente ideale. Il ministro per le riforme ha detto testualmente che “è uno strumento buono ma non è detto che ci sarà”.

Che fosse qualcosa di estraneo alla Costituzione, anzi “un rischiosissimo attacco” ai suoi principi,  un ibrido innaturale, un doppione del Parlamento secondo il modello originale, di dubbie finalità costituenti, l’aveva dichiarato da subito Stefano Rodotà con la chiarezza e la competenza di un giurista che non ha “azionisti” di riferimento.

Poi nell’arco di una settimana, a seconda degli umori giornalieri, la Convenzione  per le riforme è stata ridefinita prima come un mix di eletti e di cooptati e poi come un consesso “tecnico”, una specie di commissione di “saggi” che dovrebbe tirare la volata al governo e  che comunque andrebbe istituita con legge costituzionale se fosse concepita con poteri “redigenti” secondo l’intento iniziale.

Ormai è chiaro che il fantasma della Convenzione per le riforme istituzionali, che dovrebbe riscrivere titoli non secondari della seconda parte della Costituzione, senza trovare un’identità definita,  aleggia sui palazzi della politica e  muta disinvoltamente composizione e poteri sotto l’impulso dell’autocandidatura a presiederla di Silvio Berlusconi.

Anzi, a riconferma di quanto abbia una funzione strumentale ad esigenze che non coincidono con l’ attuazione di riforme condivisibili e pacifiche come la riduzione del numero dei parlamentari ed il superamento del bicameralismo perfetto, viene “aggiornata” ad horas per evitare le soluzioni di massimo imbarazzo e cioè la presidenza rivendicata da Berlusconi che ha suscitato reazioni anche in un Pd tramortito.

Insomma da “assicurazione” sulla vita del suo governo, come l’aveva concepita Enrico Letta che nel discorso di insediamento aveva fatto espresso riferimento ai 18 mesi riservati al cammino delle riforme per verificare la tenuta dell’esecutivo, la Convenzione insieme all’Imu è diventata un elemento di instabilità e di debolezza.

Per quanto il Pd abbia smarrito irrimediabilmente qualsiasi punto di contatto con la sua base elettorale non può evidentemente permettersi di regalare la regia delle riforme a Silvio Berlusconi ed è perciò disposto a tutti gli aggiustamenti del caso e a ridimensionarla da strumento parlamentare a “tecnico”, pur di impedirglielo, aggirando gli alti lai del Pdl contro “gli insopportabili veti”.  

La rabbia pidiellina contro “la bocciatura” di Berlusconi da parte di molti notabili, tra cui D’Alema, Veltroni, Renzi è molto esibita mentre il diretto interessato con modi alquanto concilianti è intervenuto direttamente al Tg 4 per auspicare, nonostante “l’odio” pregresso  un nuovo spirito di “collaborazione per chiudere una lunga guerra civile fredda” e per iniziare finalmente “un percorso di riappacificazione e stima reciproca”.

In casa Pd, a meno di una settimana dall’assemblea che dovrebbe in teoria far resuscitare il partito, le parole più chiare sul clima attorno alla Convenzione le ha dette finora il grande sconfitto Bersani definendolo “una miccia accesa” e nel suo stile “minimale” ha giudicato “senza fondamento” l’autocandidatura di Berlusconi. Ma dato che lui è molto  bisognoso di un attestato di statista prima delle requisitorie e delle sentenze che lo attendono in tempi strettissimi probabilmente non vede fondati motivi per mollare la presa.

Se poi dovesse prevalere la linea della cooptazione di non parlamentari detti altrimenti “esperti” , si parla per la presidenza dei due nomi che erano già nella rosa presidenziale gradita a Berlusconi: Giuliano Amato o Luciano Violante. Ma non dimentichiamoci nemmeno di Calderoli, già  costituzionalista “da baita” della grande riforma sventata dal referendum confermativo del 2006 e padre insuperato del porcellum che Berlusconi vuole tenersi ben stretto.