Ce li meritiamo davvero Berlusconi, Calderoli, Violante e Amato come nuovi padri costituenti, chiamati ad impostare la revisione della seconda parte della Costituzione nella prossima Convenzione, voluta fortemente anche da Napolitano? Ci meritiamo che al tavolo di quel consesso si consumino, come è ovvio che sia in questo clima di inciucio di convenienza, vendette e aspirazioni di bottega, rese dei conti antiche e scelte comunque lontane da quelle che sono le reali esigenze di modernizzazione del Paese? La risposta è, probabilmente, no. Eppure, con questa classe politica come protagonista, lo spettacolo che ci riserverà la seconda Bicamerale sarà senz’altro peggiore della prima, presieduta da D’Alema. Ma con esiti che non si discosteranno certamente dalla precedente: fallimentari.

Perché il pessimismo? Semplice: la Convenzione sulle riforme costituzionali non è ancora nata ma è già diventata un tema controverso, non solo per la sua composizione (e per l’ipotesi di una possibile presidenza a Silvio Berlusconi), ma per ogni suo profilo: ragione giustificativa, poteri, limiti.

C’è un fatto, squisitamente politico, che rischia infatti di compromettere anche le migliori intenzioni di questa partita già dagli esordi. Ed è la zavorra che ha cominciato a mettere il Pdl, legando le modifiche da fare alla legge elettorale alla forma di governo che si deciderà di scegliere. Berlusconi, infatti, ha detto nei giorni scorsi che per quanto lo riguarda il Porcellum “funziona perfettamente” e che quindi i suoi uomini non muoveranno un muscolo e faranno tutto l’ostruzionismo possibile alle altre riforme se non si punterà sul presidenzialismo. Difficile che questo diktat, tipico dei suoi, possa essere stemperato dagli altri componenti della Convenzione, non foss’altro per il fatto che a condurre il gioco, fino a quando l’organismo non si sarà dati dei ruoli dirigenti, sarà nelle mani di un berlusconiano della prima ora, quel Gaetano Quaglieriello, prima avvocato di Silvio che “saggio” di Napolitano. Lo stesso che proprio in queste ultime ore ha messo paletti molto precisi alla realizzazione dell’opera: “Mi sto occupando di verificare se lo strumento preferibile – ha detto in un’intervista alla Stampa – la Convenzione, rientra nella cornice costituzionale; se offende le prerogative del Parlamento; se concretamente può funzionare e come”.

Dunque è “un buono strumento per fare le riforme istituzionali”, ma “non è detto che ci sarà”. “Se la mia bussola è il documento dei cosiddetti ‘saggi’ voluti dal Presidente Napolitano – ecco ancora lo scenario tracciato dal ministro delle Riforme – allora le riforme necessarie toccano la Costituzione, senza dubbio, ma pure i Regolamenti parlamentari e leggi ordinarie come quella elettorale; ciò detto, il primo interrogativo cui rispondere è, appunto, se la Convenzione può mantenere queste promesse. Se ci sono ostacoli anche giuridici alla sua nascita”. Un altro pesante paletto politico lo ha messo poi (e non a caso) Roberto Maroni, quel leader leghista prima che Governatore della Lombardia, che ha intimato: “Se la Convenzione non parte entro fine giugno si torni alle urne”. Un grido che ha reso, se possibile, ancor più complicato l’intreccio. Anche perché, come racconta Quagliariello, la Convenzione potrebbe anche non farsi (risolvendo così le tensioni fra i due partiti?).

Interrogati sull’argomento Convenzione, costituzionalisti del calibro di Enzo Cheli, Augusto Barbera e Michele Ainis hanno sostenuto che non ci sono impedimenti costituzionali o giuridici alla sua nascita, né all’idea di farla presiedere da un esterno “in modo da togliere la poltrona presidenziale – dice Barbera – dall’agone dello scontro politico più acceso”. Invece, di impedimenti ce ne sono eccome, ma tutti solo di carattere politico. Soprattutto perché, almeno nelle intenzioni del momento, l’azione dell’organismo mirerà ad integrare la legittimazione parlamentare riformatrice con apporti esterni. Chiaramente, l’equilibrio che si dovrà trovare tra tecnici (costituzionalisti e amministrativisti, sempre secondo un’ipotesi formulata dal ministro per le riforme Quagliariello), società civile (sindacati, imprese, terzo settore, associazioni, chiese, ecc.) e istituzioni diverse dal Parlamento (autonomie territoriali, istituzioni europee, ecc.) non sarà semplicissimo e comunque resterà molto delicato.

Però, tutto è possibile in presenza di una volontà politica forte che voglia rendere concreto il rapporto dei Saggi a Napolitano. Ma c’è questa volontà? E, soprattutto, i nuovi, aspiranti, “padri costituenti” del secondo millennio sono all’altezza della missione? I dubbi restano. “Nel momento storico in cui ci troviamo – spiega Enzo Cheli al fattoquotidiano.it – la Convenzione dovrebbe servire per trovare riforme da approvare in modo comune per favorire quell’unione del Paese che, invece, come si vede, non c’è. E io dubito che ora ci si possa arrivare”. “D’altra parte – prosegue Cheli – i padri costituenti decisero che la forma di governo dovesse essere un parlamentarismo puro proprio perché si usciva dalla guerra e gli italiani erano divisi. Oggi, scegliere per un presidenzialismo, come vuole Berlusconi, casomai coadiuvato da una forte impronta federalista, non sarebbe la soluzione appropriata, finirebbe per acuire ulteriormente i conflitti. Volendo, ci si può tranquillamente muovere per arrivare ad una riforma soprattutto della legge elettorale senza uscire dalla forma di governo parlamentare che abbiamo, c’è un ventaglio vastissimo di possibilità, dal sistema tedesco a quello spagnolo, passando anche per un ritorno al Mattarellum. E tutto, senza creare ulteriori spaccature”.

Pare che questo sia solo una chimera. Al momento, più che regole e modi certi, sulla Convenzione piovono solo scomuniche e distinguo. E se resterà, come pare, il peso (ricattatorio) di Berlusconi nell’orientare i lavori dell’organismo, non si potrebbe far a meno di convenire con Quaglieriello quando sostiene che forse sarebbe meglio non farla proprio partire questa Convenzione. 

Alla sua nascita, invero, è legato anche un ultimo risvolto, quasi retroscenistico, ma piuttosto concreto: la permanenza di Napolitano al Quirinale. A dare retta a quanto svelato dal suo (ormai ex) portavoce, Pasquale Cascella, Napolitano resterà ancora non più di tre anni, “il tempo per veder partire le riforme” da lui stesso incoraggiate. Far partire, dunque, la Convenzione sarebbe un modo per riaprire, almeno virtualmente, la corsa al Colle. Stavolta con altri protagonisti, a partire da un Berlusconi in veste di pacificatore e di riformatore. Che vuole fare il presidente della Costituente non solo per orientare i lavori a ciò che più gli preme, ma per usare quella poltrona come “predellino” per essere lui incoronato nuovo Capo dello Stato. Berlusconi “padre della Patria”, benedetto dalla Convenzione è ora la sua sporca, ultima meta. La domanda resta la stessa: ci meritiamo tutto questo?