Enrico Letta ha 48 ore per risolvere un problema molto più serio dei primi screzi interni alla maggioranza sull’Imu. É un’azione diplomatica quasi disperata, tra i molti danni del ritardo nella formazione del governo c’è che il premier si è ridotto all’ultimo per limitare i danni a Bruxelles.

Il destino del governo Letta dipende in gran parte dai numeri che il commissario europeo agli Affari economici e monetari Olli Rehn presenterà venerdì mattina alle 11, a Bruxelles: sono le stime di primavera della Commissione, previsioni su deficit e Pil condite con alcune righe di raccomandazioni. Letta ha bisogno che quelle raccomandazioni siano incoraggianti e spera che i numeri annuncino la chiusura della procedura d’infrazione cui è sottoposta l’Italia dal 2009 per deficit eccessivo. La Commissione quasi certamente certificherà che il deficit 2012 è stato al 3 per cento, rispettando i vincoli di Maastricht. Il problema è che Rehn, vedendo un deficit 2013 pericolosamente vicino al tetto (2,9 per cento nelle previsioni del governo, ma potrebbe essere superiore nei calcoli di Bruxelles) avrebbe tutte le ragioni per tenere in sospeso il giudizio sull’Italia e magari rimandare la chiusura della procedura a ottobre.

Il governo Letta così passerebbe i primi sei mesi di vita senza alcun margine di manovra, senza poter spendere un euro. Con le conseguenze di tenuta che si possono immaginare. La data in cui si prende la decisione è il 29 maggio, ma le premesse stanno nei numeri di venerdì. Per questo oggi Letta arriva a Bruxelles, incontra il presidente del Consiglio Herman van Rompuy e, domattina per colazione, il presidente della Commissione europea José Barroso. Gli chiederà di non infierire sull’Italia, spiegherà come intende muoversi e ribadirà quanto detto anche ieri a Berlino, in un gelido incontro con Angela Merkel: “Confermo che manterremo gli impegni. I modi e le forme con cui troveremo le risorse è roba di casa nostra e non devo spiegarla a nessuno”. Tradotto in numeri: Letta sta promettendo di tenere il deficit 2013 sotto il 3 per cento.   

Eppure il premier avrebbe due strade diplomatiche, spiegano fonti di Bruxelles. La prima: spiegare a Barroso che il deficit italiano deve assolutamente superare il 3 per cento nel 2013, per arginare la recessione e pagare i debiti arretrati della pubblica amministrazione, e chiedere una dilazione di un paio d’anni per il rientro. Come hanno fatto il Portogallo, la Spagna e la Francia. Invece Letta pare intenzionato a seguire la strategia di Mario Monti: gli obiettivi di bilancio, e quindi la credibilità dell’Italia, non si discutono. A qualunque costo. Le eventuali deroghe si ottengono, sulla base della virtù dimostrata e su voci specifiche (come è stato per lo 0,5 per cento di deficit che Monti ha strappato al Consiglio europeo del 15 marzo per pagare 40 miliardi di debiti arretrati). Questa seconda strada è molto faticosa e dall’esito incerto. Anche perché a Bruxelles per ora ci danno il beneficio del dubbio, ma aspettano di capire quante delle promesse (tante) di Letta nel suo discorso diventeranno voci di spesa.

Il portavoce di Olli Rehn ieri ha detto che “Abbiamo preso atto della dichiarazione di Letta sull’Imu, ma è presto per commentare, abbiamo bisogno di vedere i dettagli delle misure che verranno prese”. A Berlino, ieri, Letta si è trovato in sintonia con Angela Merkel nell’indicare il lavoro come priorità, “nuovo focus”, ha detto la cancelliera. Ma nella frase “il fiscal compact non è tutto, la politica deve portare lavoro in Europa” sarebbe troppo leggere aperture da parte della Merkel. Anche lei è in campagna elettorale ed è più sensibile ai disoccupati, ma soltanto di quelli tedeschi. Oggi Letta vede anche François Hollande, a Parigi. Ma l’impopolarità domestica del presidente francese e la sua strategia pasticciata a livello europeo hanno lasciato l’Italia da sola a confrontarsi con Berlino e Bruxelles. Monti è riuscito a lungo a sfruttare a suo vantaggio il peso di Parigi mascherando le fragilità di Hollande, per Letta, da tempo lontano dai corridoi brussellesi, sarà più difficile.   

Twitter @stefanofeltri

il Fatto Quotidiano, 1 Maggio 2013