Conflitto di interessi, intercettazioni, lotta alla corruzione e riforma del finanziamento pubblico ai partiti sono quattro scogli difficili da evitare per un presidente del Consiglio che vuole ottenere i voti del Pdl e anche del Pd. Enrico Letta se l’è cavata da buon democristiano. Chi lo nominò presidente dei giovani Dc a 25 anni, nel lontano 1991, sarebbe stato orgoglioso di lui. Nel suo lungo discorso Enrico Letta non ha citato nemmeno di striscio le parole ‘conflitto di interesse’ e ‘intercettazioni’. Ha accennato solo di sfuggita alla corruzione, come fosse un tema minore. Infine ha promesso l’abolizione dell’ultima legge sul finanziamento pubblico approvata solo a luglio (con il suo assenso) guardandosi bene dal prendere impegni sulla nuova legge, tutta da scrivere con il Pd e il Pdl, cioé i partiti che hanno approvato la legge da gettare nel cestino. Non manca un riferimento all’emergenza carceri che offre una speranza ai fautori dell’amnistia e del condono.
 
Il tono deciso sostiene un contenuto leggero e vago come zucchero filato. Sembrava di ascoltare l’imitazione dei politici del Pd fatta da Crozza. “Nessuno – ripeto nessuno – può sentirsi esentato dal dovere dell’autorevolezza”, premette il premier incaricato ricordando che “11 milioni e mezzo di cittadini hanno deciso di non votare alle elezioni dello scorso febbraio. L’astensione è il primo partito: o lo capiamo o la politica scompare”. Il deputato M5S Cristian Iannuzzi gli urla un suggerimento concreto: “Rinunciate ai rimborsi elettorali!”. Troppo facile, sembra dire Letta che riprende proprio da lì con il tono del professore: “pensate ai rimborsi elettorali: tutte le leggi introdotte dal 1994 a oggi sono state ipocrite e fallimentari, non rimborsi ma finanziamento mascherato, per di più di ammontare decisamente troppo elevato”. Quindi “il sistema va rivoluzionato abolendo la legge approvata e introducendo misure di controllo e di sanzione anche sui gruppi parlamentari e regionali”. I fondi per i rimborsi ai partiti non è chiaro che fine faranno, mentre quelli per i gruppi, sono salvi. Aumenteranno solo i controlli.
C’è poi l’abolizione del doppio stipendio per i ministri-parlamentari e la promessa di ridurre il numero dei parlamentari. L’unico annuncio concreto sul fronte del finanziamento ai partiti arriva non contro ma a favore della politica. Letta promette alle imprese private un’agevolazione “sul versante fiscale” alla “contribuzione all’attività politica dei partiti”. Nessun impegno invece sulle riforme contro mafia e corruzione proposte per esempio dal presidente del Senato Piero Grasso in una proposta di legge presentata nel primo giorno di legislatura. Sulla “lotta alla corruzione che distorce regole e incentivi” il Letta-Davide mostra poco coraggio pur di ottenere la fiducia e concede solo una citazione vuota accompagnata da ovvietà come “la giustizia che deve essere giustizia innanzitutto per i cittadini”. Quando Alessandro Di Battista del Movimento 5 Stelle gli chiede di punire severamente il falso in bilancio lui glissa. Mentre a Claudio Fava di Sel che tenta di stringerlo sul concreto (“la priorità non è l’evocazione di una lotta alla corruzione, ma una vera, buona legge sulla corruzione nei primi cento giorni del suo governo”) Letta concede solo “riprendo le parole di Fava sulla corruzione, sarà uno dei grandi temi sui quali lavoreremo”. Fava può star tranquillo: “il confronto ci sarà e sarà forte e importante. Non è possibile che il nostro Paese su questi temi sia un Paese che dà l’idea di una labilità del diritto”. Anche se ieri la labilità che emergeva era quella della politica.

Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2013