A pochissime ore dalla prima votazione per  il nuovo presidente della Repubblica,  il Pd che avrebbel’opportunità con Stefano Rodotà di eleggere il candidato più qualificato e più condiviso dall’opinione pubblica, un nome ideale per ricomporre la spaccatura ormai tragica tra istituzione ed opinione pubblica, ha continuato a baloccarsi con i candidati cosiddetti condivisi.

Al nome di Stefano Rodotà, inappuntabile, di massimo spessore giuridico ed istituzionale, che con politica saggezza  Beppe Grillo ha servito su un piatto d’argento a  Bersani ed al suo partito in via di sgretolamento,  sono stati anteposti  fino all’ultimo quelli di Giuliano Amato e Massimo D’Alema, prescelti a dire il vero da mesi prima delle elezioni, anche quando il PD poteva vagheggiare maggioranze parlamentari largamente autosufficienti.

A questi si sono aggiunti last minute, quello di Fernanda Contri e Sergio Mattarella, due personalità che al di là di altre considerazioni sono riconducibili direttamente ai partiti e alla prima Repubblica.

Ma sopra tutti è tornato incredibilmente, ma nemmeno tanto, dato che per Berlusconi è il petalo “più profumato” della rosa che gli ha offerto alla vigilia Bersani, quello di Franco Marini

L’ex presidente del Senato, eletto solo al terzo scrutinio, meglio noto come “lupo marsicano” per la fiera rudezza e la determinazione è da sempre il candidato nel cuore degli ex popolari, in primis Fioroni, e rappresenta con rigorosa continuità  la partitocrazia della prima e seconda repubblica, mentre “in compenso” non ha nessuna specifica competenza giuridica e/o costituzionale e, senza voler essere scortesi, ha un profilo più regionale che internazionale.

Per l‘indisponibilità a Stefano Rodotà non esistono alibi di sorta.

La ratio di una simile scelta si può spiegare solo ed unicamente con il combinato disposto del “presidente condiviso” e del  governo “di larghe intese” che, al di là delle note finalità secondo le aspettative di Berlusconi determinato a garantirsi la sua personale pax giudiziaria con ministri molto mirati, potrà essere solo una pessima copia del governo Monti.

Ma purtroppo l’altra spiegazione di natura più generale e se vogliamo culturale è persino peggiore.

Per il Pd ritrovarsi come candidato alla massima carica dello Stato Rodotà che, nonostante, o meglio a causa, delle sue capacità, delle sue competenze di giurista (apprezzato anche all’estero come primo garante della privacy)  e della sua indipendenza intellettuale è stato tenuto ai margini del partito anche come indipendente, deve essere una specie di nemesi da evitare a qualunque costo. 

Ma non concordare con il M5S e con Vendola su un nome di altissimo profilo e garante al meglio della Costituzione che, come ha ripetuto Grillo ai suoi,  “non farà inciuci”  e si atterrà rigorosamente alla Costituzione in primiscome “capo del Csm”,  per il Pd significa prendere una strada di non ritorno.

Il prezzo che Bersani e la nomenclatura del Pd, asserragliati alla vigilia per “il gabinetto di guerra” nella dimora di un noto esponente  romano, pagheranno a questo disonorevole gran rifiuto e alla convergenza sul candidato più lontano dalla sensibilità dei cittadini e più vicino alle esigenze del Pdl non è quantificabile.

Gli effetti “collaterali” immediati sono la rottura con Sel favorevole probabilmente fin dal primo giro a Rodotà che si è speso in prima persona per il risultato straordinario del referendum sui beni comuni messo in sordina se non sotto i piedi dalla politica, ed il niet di Matteo Renzi a Franco Marini ampiamente e chiaramente preannunciato.

Ma quelli immediatamente successivi sono comunque catastrofici per Bersani che, o viene sconfessato, come l’alto numero dei contrari a Marini (90) e degli assenti/astenuti (per un totale di quasi 200) alla riunione dei grandi elettori del Pd lascia presumere, o si trova appeso alle larghe intese e con un presidente che di fatto è del Pdl e di Berlusconi. Sì perché Berlusconi ha detto laconicamente che Marini “è buono” e si è raccomandato di scrivere chiaramente sulla scheda il suo nome e di non fargli perdere nemmeno un voto al primo turno. E anche la Lega dovrebbe adeguarsi.

A questo punto la logica e l’intelligenza non sembrano più adeguati parametri di valutazione. E, per capire quale sia “la sottigliezza” argomentativa che circola nel partito, basterebbe considerare le dichiarazioni del “giovane turco” Matteo Orfini che pure alla riunione non ha votato per Marini, anche se si adeguerà alla scelta ufficiale del partito. A proposito della candidatura di Rodotà si è espresso testualmente in questi termini: “Già il fatto che Grillo ci chieda di votarlo è un buon motivo per non farlo. Anzi lui dovrebbe rifiutarsi di farsi candidare dal M5S”. Invece il fatto che Berlusconi abbia scelto Marini è condizione essenziale e sufficiente per votarlo al  primo scrutinio.