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Paolo Flores d'Arcais
Filosofo e direttore di Micromega

Ineleggibilità: domani due piazze, due Italie

Domani a Roma ci saranno due piazze, due modi di intendere la politica, due Italie. A piazza del Popolo gli arruolati del berlusconismo, in una dovizia incommensurabile di mezzi finanziari e di potere mediatico, animati dal disprezzo verso la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista e dall’odio verso i magistrati che obbediscono solo alla legge. Dall’altra a piazza Santi Apostoli, alle 17, i cittadini che chiedono la realizzazione della Costituzione e dei suoi valori di “giustizia e libertà”, in un clima francescano di povertà assoluta, aggrediti dal silenzio e dalla censura del monopolio Rai-Mediaset, che si vanno auto-organizzando attraverso l’invio di mail, sms, twitter, messaggi facebook, telefonate, per compensare con la passione civile la mancanza di mezzi e di informazione. Questa manifestazione sei tu.

Ma sia chiaro: a piazza Santi Apostoli non si tratterà solo di “testimoniare” una scelta etica, bensì anche di intervenire nella politica, esserne protagonisti, contare. Perché la parola chiave della politica italiana suona oggi inequivocabile: ineleggibilità. Segna uno spartiacque che non consente più equivoci al Pd: o di qua o di là, o con il rispetto della legge 361 del 1957, che mette Berlusconi fuori del Parlamento, o con la perpetuazione di un immondo inciucio Pd-Pdl (una sorte di bicamerale 2!) che faccia risorgere il Le Pen di Arcore ancora una volta. La decisione di Bersani sull’ineleggibilità condizionerà in modo decisivo anche la soluzione della crisi di governo. Il M5S ha dichiarato il giorno stesso dell’apertura delle Camere che chiederà l’applicazione della legge. E il Pd? È ovvio che se “salvasse” di nuovo Berlusconi (calpestando la legge!), perderebbe la faccia e ogni credibilità acquisita con l’elezione di due figure non di apparato alle presidenze del Parlamento. E Bersani non può nemmeno praticare la politica di Ponzio Pilato, o cercare di tirare in lungo le cose nella “Giunta delle elezioni” del Senato. Qui la presidenza spetta all’opposizione: il Pd la darà al Pdl o al M5S? È lapalissiano che se consentisse l’elezione di un berlusconiano ogni ponte e ogni filo con il M5S, per quanto labile e ipotetico, sarebbe distrutto per sempre.

Fin qui un solo dirigente del Pd ha scelto la via della legalità, cioè della ineleggibilità di Berlusconi, il senatore Luigi Zanda, che ha aderito molti giorni fa all’appello di MicroMega (ormai oltre le 230 mila firme). Zanda è stato successivamente eletto capogruppo Pd al Senato, segnale di ottimo auspicio. Ma tutto il resto del partito tace, a cominciare da Bersani.

Per ragioni di evidente opportunità, è stato detto, visto che chiede l’incarico per formare il nuovo governo. A me sembra che proprio per questo la sua posizione sull’ineleggibilità di Berlusconi dovrebbe essere cristallina: per tagliare ogni ponte con le tentazioni di “governissimo” (eufemismo per “inciucissimo”) che pure albergano nel suo partito. Per battere in breccia i troppi che nel Pd sono pronti a confondere opportunità con opportunismo, e sperano che Napolitano prima o poi pieghi Bersani al “governissimo di scopo”. Ma tale “scopo” è stato sbandierato urbi et orbi da Berlusconi: un governo appoggiato da Pd e Pdl che garantisca al Cavaliere l’impunità tombale, attraverso il combinato disposto di interventi di Immoral Suasion sui magistrati e di leggi di amnistia e indulto.

Bersani ha giurato “mai più con Berlusconi”. Si comporti allora di conseguenza. Faccia come il senatore Zanda. Assuma una posizione adamantina, dichiari che non solo il Pd voterà per la ineleggibilità di Berlusconi nella “Giunta delle elezioni” ma si impegnerà perché i lavori di tale commissione siano i più celeri possibili. E se si ritiene che l’etichetta istituzionale comporti che tra i vicepresidenti, questori, presidenti di commissioni, vi debbano essere anche dei parlamentari del Pdl (cosa niente affatto scontata, nei confronti di una forza politica che definisce i magistrati “cancro da estirpare” e “associazione mafiosa”), si eviti anche il minimo sospetto che si tratti di un segnale del Pd di equidistanza tra il M5S e lo squadrismo in botulino della gazzarra berlusconiana contro il palazzo di giustizia di Milano.


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