Gli uomini della Trattativa tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra non sono soltanto le dieci persone rinviate a giudizio giovedì scorso dal gup Piergiorgio Morosini. Oltre ai boss mafiosi, agli ex alti ufficiali del Ros, agli ex ministri Calogero Mannino (che ha scelto il rito abbreviato), Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, che entreranno in aula il prossimo 27 maggio, all’ombra delle stragi che tra il 1992 e il 1994 insanguinarono l’Italia, si sarebbero mossi altri esponenti delle istituzioni.

Come alcuni agenti dei servizi segreti, 007 rimasti nell’ombra ma che la procura di Palermo avrebbe individuato iscrivendoli nel registro degli indagati del cosiddetto “fascicolo madre” della Trattativa. L’inchiesta delle toghe palermitane infatti è stata spezzata in due lo scorso giugno: per Riina, Bagarella, Brusca, Cinà, Mori, Subranni, De Donno, Mannino, Mancino, Provenzano (la cui posizione era stata stralciata per motivi di salute, ndr) e Dell’Utri, i pm hanno considerato sufficienti le prove raccolte. Hanno quindi stralciato la loro posizione dal fascicolo principale e chiesto il processo, accordato pochi giorni fa da Morosini. Rimane però sempre aperta l’indagine principale, come aveva confermato lo stesso pm Antonino Di Matteo, subito dopo il rinvio a giudizio decretato da Morosini. “Le indagini proseguiranno. La decisione di oggi – aveva detto il sostituto procuratore – è per noi uno stimolo ulteriore ad approfondire anche tutti i temi di indagine residui a carico di altre persone collegati all’inchiesta sulle stragi mafiose e sul periodo relativo al passaggio tra la prima e la seconda Repubblica”.

Un passaggio insanguinato dalle stragi, in cui un ruolo sarebbe stato giocato anche da diversi esponenti dello Stato. Uomini cerniera, rappresentanti dei servizi d’intelligence che giocarono quasi un ruolo di “coordinamento” dei vari apparati criminali, attivatisi quasi in contemporanea già all’inizio degli anni ’90 per coltivare un unico progetto di destabilizzazione del Paese. Un progetto eversivo che è il prologo della trattativa e del successivo patto scellerato tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Nel fascicolo madre della trattativa è confluito infatti un pezzo importante della recente storia eversiva italiana. Sedici dei novanta faldoni di elementi probatori forniti dai pm a Morosini derivano infatti dall’inchiesta sui Sistemi Criminali, archiviata nel 2000.  L’indagine condotta alla fine degli anni ’90 da Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati di esponenti della massoneria come Licio Gelli e Giuseppe Mandalari, estremisti di destra come Stefano Delle Chiaie e boss mafiosi come Riina, Aldo Ercolano e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.

In Sistemi Criminali figurava indagato anche Rosario Cattafi, ritenuto il boss di Barcellona Pozzo di Gotto, che nei mesi scorsi ha fornito alcune dichiarazioni sulla Trattativa, a testimonianza di come in quel periodo l’avvocato peloritano fosse “attivo” proprio sul fronte mafia – Stato. L’indagine coordinata da Scarpinato aveva puntato a ricostruire come nei primi anni ’90 Cosa Nostra avesse progettato di dividere il sud dal resto d’Italia, alleandosi con la massoneria deviata, con l’estrema destra e potendo contare sull’appoggio di alcuni ambienti d’intelligence italiana. Un racconto fornito a Scarpinato anche dal pentito Leonardo Messina, che aveva svelato come nel dicembre del 1991 Riina avesse riunito la Cupola per organizzare il piano di destabilizzazione da attuare di concerto con altre organizzazioni criminali. Una spy story politico criminale poi archiviata, ma che ha di fatto disegnato una cornice, quasi in presa diretta, del periodo storico in cui si svolse il nuovo patto scellerato tra Cosa Nostra e lo Stato. È su quel passaggio che i pm di Palermo stanno puntando i riflettori: ovvero su come altri insospettabili pezzi delle istituzioni abbiano agito di concerto con la stessa Cosa Nostra. Anche la procura di Caltanissetta aveva individuato nei mesi scorsi alcuni agenti dei servizi, iscritti nel registro degli indagati per concorso nella strage di via d’Amelio.

A Palermo intanto si continua ad indagare sul signor Franco/Carlo, il fantomatico mister X che avrebbe fatto da cerniera tra i più alti livelli dello Stato e Vito Ciancimino. Tirato in ballo a più riprese da Massimo Ciancimino, che non ne ha fino ad oggi fornito un’identità certa, il signor Franco/Carlo rappresenterebbe il prototipo di quell’uomo cerniera che avrebbe tenuto insieme per anni Stato e mafia. Sull’esistenza del signor Franco/Carlo si è spesso dibattuto, a causa anche dei tanti tentativi falliti di identificazione. Proprio a questo proposito Massimo Ciancimino deve rispondere di calunnia ai danni dell’ex capo della Dia Gianni De Gennaro.