Alla fine lo Stato dovrà processare se stesso. O meglio alcuni suoi esponenti, che insieme ai boss di Cosa Nostra diedero vita ad un’intesa sotterranea nel biennio delle stragi al tritolo che insanguinarono l’Italia. Dopo quattro mesi di udienze preliminari è stata questa la decisione del gup Piergiorgio Morosini che, dopo tre ore di camera di consiglio, ha rinviato a giudizio gli imputati portati alla sbarra dalla procura di Palermo. Le lunghe e complicate indagini della procura di sulla trattativa tra pezzi dello Stato a Cosa Nostra, però, sono state bacchettate dallo stesso Morosini, che al momento di rinviare a giudizio gli imputati, ha letto stranamente le sue personali considerazioni sull’attività investigativa dei pm.

“Il materiale acquisito non è pervenuto al giudice in forma organica per singole posizioni processuali in maniera intellegibile” ha detto il giudice, puntando quindi il dito sulla memoria che i pm hanno prodotto all’inizio dell’udienza preliminare. “La memoria che è stata prodotta il 5 novembre dalla Procura non affronta il tema delle fonti di prova” ha sottolineato Morosini, che per fare ordine tra l’enorme mole di documenti ha emesso un decreto di scomposizione dei fatti e indicazione analitica delle fonti di prova. Il giudice aveva allungato l’udienza preliminare chiedendo che fossero sentiti altri testimoni non indicati dalle parti, come l’ex direttore della Dia Gianni De Gennaro, che sarebbe stato calunniato da Massimo Ciancimino, e l’ex avanguardista ed esperto di opere d’arte Paolo Bellini, al centro di una trattativa parallela che prese vita nel 1993, che prevedeva la restituzione di opere d’arte trafugate da parte di Cosa Nostra.

L’ora X della prima udienza del processo più importante degli ultimi anni è fissata per il prossimo 27 maggio nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. È lì che saranno processati i dieci presunti attori del patto sotterraneo che portò lo Stato a sedersi allo stesso tavolo di Cosa Nostra. Alla sbarra ci saranno i boss i mafiosi Salvatore Riina, Antonino Cina’, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Massimo Ciancimino, gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. Dovranno rispondere del reato sancito dall’articolo 338 del codice penale, ovvero violenza o minaccia al corpo politico dello Stato, con l’aggravante dell’articolo 7, per aver favorito Cosa nostra. 

Massimo Ciancimino, uno dei principali testimoni dell’accusa, sarà processato invece per concorso esterno in associazione mafiosa, dato che è stato il “postino” del papello con le richieste di Riina allo Stato, e per calunnia nei confronti di De Gennaro. Mancino, invece, è imputato per falsa testimonianza: per la procura avrebbe mentito sui reali motivi che lo portarono al Viminale in successione di Vincenzo Scotti nel giugno del 1992. È in quel periodo che iniziano i primi incontri tra Mori, De Donno e Vito Ciancimino, che a sua volta si interfacciava con Bernardo Provenzano.

La posizione del “ragioniere” di Cosa Nostra, principale protagonista del patto tra Stato e mafia, è stata stralciata nei giorni scorsi da Morosini: Provenzano sarebbe infatti incapace di intendere e di stare quindi coscientemente in giudizio. Ha scelto invece il rito abbreviato un altro imputato importante del procedimento: l’ex ministro democristiano Calogero Mannino ha infatti optato per il rito abbreviato e il suo processo inizierà a fine mese. Per la procura di Palermo sarebbe stato Mannino l’uomo che, per salvarsi la vita, diede il primo input ad aprire un contatto con Cosa Nostra. Tra il marzo e il maggio del 1992 – come ha raccontato anche Brusca – l’ex ministro era stato inserito black list di politici stilata da Riina. Politici che dovevano essere puniti con la morte dopo che non avevano mantenuto le promesse fatte in passato. A far saltare gli equilibri è infatti la decisione della corte di Cassazione che conferma la sentenza del primo maxiprocesso contro Cosa nostra. Per la prima volta la cupola mafiosa viene condannata all’ergastolo, al carcere a vita: s’infrange quel muro d’impunità garantito dalle cointeressenze politiche per mezzo secolo. È il 30 gennaio del 1992: una data che cambia, per sempre, la storia d’Italia.