La notizia non è solo che nel voto degli operai Grillo è al primo posto ma che il Pd arriva a terzo. L’analisi della composizione sociale del voto del 24 e 25 febbraio realizzata dall’istituto Demos fotografa con più precisione e nitidezza il sommovimento sociale espressosi poi nelle elezioni. Il movimento di Beppe Grillo, infatti, smuove nel profondo gli elettorati tradizionali di centrodestra e centrosinistra, lavoro dipendente da un lato, imprenditori e lavoratori autonomi, dall’altro, e segnala cambiamenti importanti avvenuti sull’onda della crisi economica e delle politiche realizzate dai governi degli ultimi anni. 

Grillo è il primo partito, superando il 40%, tra gli operai (40,1), il lavoro autonomo (40,2) e i disoccupati (42,7). Di fatto, è in testa nelle categorie che più di altre sono legare alla produzione materiale, che hanno vissuto in forma diretta, spesso senza mediazioni o “ammortizzatori”, la crisi e che ne hanno misurato la durezza. Con questi numeri è del tutto logico che il M5S sia il primo partito nella cintura operaia torinese, in molte zone del Nordest o in Sardegna e Sicilia. Al contrario, il Pdl è il primo partito tra le casalinghe – quello più legato alla televisione – mentre il Pd lo è tra i pensionati (39,5) e gli impiegati, tecnici e funzionari (32,4). Come a dire, la basa storica e tradizionale del voto di centrosinistra e quel settore che, come dice Grillo, è il più inserito in questa sistema. Chi dal sistema attuale si sente minacciato, da destra, da sinistra, dal basso, fugge via e si rifugia in un voto che è un mix di protesta e rabbia (probabilmente la componente maggioritaria) e di ricerca di una possibile soluzione di uscita alla situazione attuale.

La gestione delle politiche di austerità, dunque, ha prodotto l’erosione costante e, con le ultime elezioni, violenta dei consensi dei maggiori schieramenti. Più che chiedersi cosa vuole Grillo e dove andrà il suo movimento è forse più utile interrogarsi sulla qualità di quelle politiche e sul loro impatto sociale. La fotografia, ripetiamo, è nitida: il mix tra globalizzazione da un lato, cioè trasferimento a livello sovranazionale della governance e dei meccanismi di redistribuzione del reddito, e austerità dall’altro, cioè lo spostamento delle risorse verso la fascia dei ricchi e dei super-ricchi (l’1% contro il 99), ha intaccato in profondità equilibri sociali radicati. Perdita del posto di lavoro per quanto riguarda gli operai non più tutelati, anzi attaccati, dal centrosinistra e, in parte dai sindacati; perdita di alcune rendite fiscali o produttive per quanto riguarda la piccole e media impresa, tradita da Berlusconi e della Lega. In termini grossolani ma veritieri, il senso del voto è questo. Le accuse alla casta, agli sprechi e alla politica professionale hanno costituito soprattutto “la narrazione” scelta da Grillo per offrire un obiettivo immediato alla rabbia e alla vera e propria disperazione sociale ma non costituiscono, di per sé, il cuore del suo successo. Che dipende, invece, dalla solitudine creata dalla crisi e dall’assenza di ipotesi convincenti per uscirne. Ipotesi che oggi sono sempre più lontane. 

Sarà qui, dunque, che si giocherà la partita del futuro. Quelle che vediamo oggi in azione – le aperture di Bersani, il balletto dell’appoggio o meno al possibile prossimo governo, le elezioni anticipate – sono solo convulsioni del quadro politico. La sostanza del problema, invece, è capire quali politiche possano essere allestite. Il Pd ha la carta del rapporto con Monti, in una nuova riedizione sempre più moderata del centro-sinistra (con il trattino), per affrontare una nuova tornata elettorale, tra tre mesi o un anno, ma questo significherebbe ricollocarsi nell’alveo della Bce e del rigore monetario. Quel partito ha anche la carta dello spostamento a sinistra, con un progetto di soluzioni radicali, ma questa strada significherebbe lo stravolgimento della natura del Pd e quindi la sua rottura (c’è qualcuno che vuole assumersene l’onere?).

Grillo, invece, deve ormai ragionare, soprattutto a fronte a un nuovo successo elettorale, in una logica di governo. Deve offrire uomini, donne e programmi convincenti, più organici di quelli attuali, pensati soprattutto per l’opposizione. Ma soprattutto dovrà spiegare se, come e quando intende portare l’Italia fuori dall’austerità. La partita politica del prossimo periodo si gioca su questo.