L’Aids è ritenuto, a causa soprattutto della sua diabolica capacità di sfuggire alla risposta immunitaria, una malattia per la quale non è prevista la guarigione. L’introduzione della terapia combinata, cioè con almeno tre farmaci diversi, nel normale management clinico di tutti i pazienti Hiv positivi ha cambiato il decorso clinico e l’esito di gran parte dei casi. Una vera e propria guarigione però non si è mai finora verificata e si pensa che il virus, anche se a bassa concentrazione, prosegua indefinitamente la sua esistenza, allo stato di latenza. Ora giunge notizia che un bambino contaminato con il virus dell’Aids fin dalla nascita, trasmesso da una madre sieropositiva non trattata, sia stato dichiarato apparentemente guarito.

L’annuncio è avvenuto il 3 marzo u.s. nel corso della XX Croi (Conferenza Annuale sui Retrovirus e le Infezioni Opportunistiche) in corso di svolgimento fino al 6 marzo ad Atlanta, Usa. Il virus non è stato in realtà debellato, ma la sua presenza sarebbe così bassa che il sistema immunitario è in grado di controllarlo senza bisogno di terapia antiretrovirale. Si è infatti parlato di guarigione, ma io, per quanto se ne sa, parlerei con migliore approssimazione di remissione, funzionale. La dottoressa Persaud, autrice della brillante esposizione, ha dichiarato che il merito del successo della terapia somministrata alla nascita ad una bambina nata da una madre sieropositiva per Hiv non in trattamento, doveva essere ascritto alla precocità della terapia antiretrovirale. Prima delle trenta ore previste. Io però sarei cauto nel vantare eccessivamente questo risultato.

Prima ho detto che più che di guarigione, sia pure funzionale, si dovrebbe parlare di remissione. Il trattamento con farmaci antiretrovirali del bambino è durato per 18 mesi, allorquando i medici hanno perso le sue tracce per dieci mesi. Al momento della riacquisizione del bambino al follow-up, sono stati praticati nuovi test routinari, la ricerca dell’anticorpo contro l’Hiv e il dosaggio quantitativo dell’Rna del virus mediante metodica Pcr (Polymerase chain reaction) che sono risultati negativi. Le successive prove praticate fino al ventiseiesimo mese hanno mostrato che la carica virale è rimasta persistentemente non rilevabile nel sangue periferico dopo la prima negatività, nonostante il fatto che il trattamento fosse stato interrotto dopo 18 mesi.

Sono stati effettuati, allo scopo di esaurire tutti i dubbi diagnostici, altri test più sensibili presso i Laboratori dei National Institutes of Allergie and Infectious Diseases (NIAID) e presso la University of California di San Diego per determinare se l’Hiv fosse stato effettivamente del tutto eliminato, o se tracce del virus persistessero in qualche cellula. L’esito di questi test è stato che una singola copia di Rna virale (che indica la replicazione virale) è stata rilevata nei test eseguiti all’età di due anni. Mentre la co-coltura di 22 milioni di cellule quiescenti CD4+ non ha messo in evidenza un’eventuale replicazione dell’Hiv. Tuttavia, altri test praticati a 24 e 26 mesi di età hanno trovato un serbatoio di cellule presumibilmente infette latenti: Dna Hiv è stato rilevato nelle cellule mononucleari del sangue periferico a una frequenza di 37 e 4 copie per milione di cellule. I ricercatori hanno anche ricercato sequenze del tipo 2-LTR , cioè frammenti di Dna non integrato di virus Hiv, che sono considerate potenzialmente in grado sia di influenzare il modo in cui la cellula infettata elude la sorveglianza immunitaria, sia di stabilire un prolungato stato di latenza. Ebbene non è stata trovata nessuna sequenza 2-LTR  all’interno delle celle che contengono il Dna dell’Hiv, il che suggerisce che l’Hiv è completamente a riposo, e non replica. Però, per quanto piccola sia la quantità superstite di virus ancora quiescente, resterà sempre in tale stato o potrebbe risvegliarsi un domani? Magari a causa di un’infezione intercorrente. Di una terapia immunosoppressiva? O di qualsiasi altra causa in grado di determinare la riattivazione di quelle sequenze.

Nutro poi un certo interesse per le terapie somministrate. Il trattamento che è stato somministrato con anticipo rispetto alle trenta ore di intervallo dalla nascita, rispetto al vigente protocollo, è stato costituito da : AZT/3TC e Nevirapina. Due Nrti (inibitore nucleosidico della trascrittasi inversa) e un Nnrti (inibitore non nucleosidico della trascrittasi inversa). Un classico schema di terapia antiretrovirale combinata.  Mi viene da pensare che i farmaci impiegati, per quanto efficaci, non impediscono però al virus di entrare nella cellula e di integrarsi nel genoma. Sarei stato curioso di sapere se la somministrazione di altri farmaci capaci di inibire l’attacco del virus alla superficie della cellula bersaglio, il linfocita CD4+, sarebbe stata in grado di proteggere del tutto la potenziale vittima dall’attacco del microrganismo.

Dobbiamo anche pensare che la bambina avrebbe potuto anche evitare di contrarre il virus prima di nascere, in quanto  il trattamento antiretrovirale delle donne in gravidanza già oggi è in grado di evitare di trasmettere il virus al bambino nel 98% dei casi, grande miglioramento rispetto al 60-70% di prima. Paradossalmente potrebbero beneficiare di questo trattamento precoce del neonato circa 300.000 bambini nati con l’Hiv ogni anno in tutto il mondo, soprattutto nei paesi poveri, dove solo il 60% delle donne in gravidanza con infezione da Hiv può ricevere la terapia antiretrovirale.

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