L’Italia che, riformandosi, vuole ritornare a crescere ha perso queste elezioni. E all’interno di questa sconfitta generale, la più bruciante, almeno per me, si riassume in quell’1,2 per cento (poco meno di 400 mila voti) raccolto dalla lista Fare per Fermare il Declino di cui, pur senza candidarmi, sono stato uno dei fondatori. Nessuno saprà mai quanti voti ci sia costata la “vicenda dei curricula” che, a sei giorni dalle votazioni, ha coinvolto il nostro candidato premier distruggendone la reputazione pubblica. Moltissimi, da quanto mi risulta.
Ma alla fine ciò che conta è che ne abbiamo portati a casa meno di un ventesimo di quelli raccolti dal M5S e simili frazioni di quelli del Pd e del Pdl. Esser nati solo sei mesi fa ed aver fatto meglio di Gianfranco Fini e solo leggermente peggio di Pier Ferdinando Casini è magra consolazione. Anche il risultato della lista di Mario Monti costituisce un insuccesso se si riflette sull’enorme supporto mediatico che la sua figura ha ricevuto dal novembre 2011 in avanti. Ma non è della situazione politica generale che mi voglio occupare, bensì di ciò che ho appreso di utile dall’esperienza di Fermare il Declino.

Ho appreso che agli italiani la politica attiva interessa molto più che ai cittadini di altri Paesi. E che il numero di italiani “per bene” disposti a farla come hobby, quando se ne creino le condizioni, è molto maggiore di quanto pensassi. A questo interesse per la cosa pubblica e la sua gestione si accompagnano conoscenze e professionalità notevoli che questi partiti chiaramente non sanno usare. La società civile italiana, pur stanca, demoralizzata e impoverita da vent’anni di declino, c’è ancora e ha le risorse umane per dare una svolta al Paese.

Il manifesto su cui Fermare il Declino si fonda è un inno al pragmatismo a-ideologico, molto più condiviso di quanto sperassi. Si va diffondendo negli strati più attenti della popolazione un profondo fastidio per la politica ideologica e per la fedeltà al partito fondata su slogan salvifici, tanto altisonanti quanto vuoti. La totale assenza di riforme per almeno tre decenni, accompagnata da pratiche politiche e di governo essenzialmente omogenee, dalla destra alla sinistra del tradizionale spettro ideologico, ha convinto le fasce maggiormente educate della popolazione che le differenze ideologiche sono solo un paravento. E che la classe politica va giudicata per i risultati raggiunti e non per le promesse fatte. Questo crescente pragmatismo si coniuga, almeno in parte, con la crescita di una cultura che rifiuta il cosiddetto “primato della politica” praticato attraverso i partiti.
Quest’ultimo punto di vista è, in realtà, già fenomeno di massa: dei quasi 13 milioni che, in un modo o nell’altro, non hanno espresso il loro voto molti lo hanno fatto esattamente per la sfiducia che la politica onnipotente possa risolvere alcunchè. Mentre gli 8,7 milioni di voti del M5S, oltre ovviamente ai nostri miseri 400mila, sono alieni ad ogni appartenenza ideologica. Senza entrare in sottili distinguo sul voto “renziano” al Pd o sul voto riformista in parcheggio al centro, vi sono oggi in Italia circa 22 milioni di elettori, quasi la metà dell’elettorato potenziale, che votano “contro” la politica come ideologia partitica e strumento di lotta fra apparati per la conquista del potere.

Le notizie buone finiscono però qui. L’esperienza di Fermare il Declino mi ha insegnato anche quanto difficile sia trasformare questa disponibilità diffusa al cambiamento in forza politica effettiva ed efficace. Non si tratta solo dell’ovvio fatto che in sei mesi e con zero risorse esterne è impossibile costruire una forza politica d’una qualche levatura o che la scelta di identificarsi totalmente con un leader carismatico espone a rischi mortali, dovesse questo leader mancare per una ragione o per l’altra. Tutto questo è ovvio anche se, nella nostra esperienza, abbiamo fatto finta di poterlo ignorare.

La vera cattiva notizia che mi sento di riportare dal “fronte” della politica attiva è la seguente: pur desiderandolo, gli italiani non sembrano credere al cambiamento come qualcosa di reale e realizzabile. Lo vivono più come una chimera – oggetto di rabbia e conversazioni appassionate – che un processo concretamente avviabile. È stato promesso così tante volte da essersi trasformato in una fantasia confortevole e irreale: quanti elettori del Pdl credono nella restituzione dell’Imu senza aumenti di altre imposte? Quanti elettori del M5S ritengono possibile proibire il pignoramento della prima casa? L’idea del cambiamento si trasforma facilmente nel proposito di sfasciare l’esistente (l’euro, il sistema bancario, le tasse…) per raggiungere una condizione mitica (la lira, la banca nazionale di tutti, un mondo con pochissime imposte pagate tutte dai “ricchi”). Al di là dalla vicenda del cv del nostro candidato primo ministro, è sbattendo contro questo ostacolo che Fermare il Declino si è fatto male. Siamo stati incapaci di rendere credibile il cambiamento, di declinarlo in misure che i cittadini riuscissero a comprendere e apprezzare. E in persone che venissero percepite come credibili e capaci di realizzarlo.

Da questo limite occorre partire e su questi ostacoli, culturali e politici, occorre lavorare da subito per evitare di fallire di nuovo alla prossima occasione. Perché, master o non master, questo paese deve trovare la strada politica per uscire dal cul de sac in cui si è cacciato. E fermare il proprio declino.

Il Fatto Quotidiano, 2 Marzo 2013

Michele Boldrin è membro fondatore di Fare per Fermare il declino