Ieri ho partecipato alla presentazione del libro “E i bambini osservano muti” di Giuseppe Marotta: un romanzo scritto in prima persona in cui ci si immerge nella storia di una famiglia di camorra vista con gli occhi di un bambino di dieci anni, Remì, che riuscirà a fuggire dal proprio destino mafioso grazie alla mamma che denuncerà il boss del quartiere in cui vivono.

Nella lettura del romanzo torna forte il tema dei figli dei mafiosi. Vittime innocenti destinate a seguire le orme dei genitori a meno che qualcosa riesca a spezzare la catena che li tiene inevitabilmente legati alla propria famiglia. Durante la chiacchierata, ieri, è stata addirittura lanciata l’ipotesi di un allontanamento coatto dei figli dei mafiosi dalla propria famiglia per farli crescere in un ambiente sano, o per lo meno non pervaso solamente da insegnamenti criminali.

Mi sono sempre chiesto come lo Stato o le associazioni antimafia o gli enti più prettamente educativi si debbano comportare nei confronti dei figli dei mafiosi. Una domanda a cui personalmente non so dare risposta, ma che è tornata prepotente ormai anche nella mia città, nella lombardissima ed allo stesso tempo sicilianissima Busto Arsizio (nelle carte della Dia chiamata Gela 2) quando ho incominciato a collegare nomi e facce di mafiosi alla sbarra e di conseguenza nomi e cognomi di amici con cui qualcuno di noi ragazzi da piccolo giocava a pallone.

Ce lo ripetiamo sempre, le colpe dei padri non possono e non devono ricadere sui figli, ma come ci si può fidare di una persona che suo malgrado porta addosso il nome di chi appartiene a quelle organizzazioni criminali che sappiamo essere così forti proprio per il vincolo di appartenenza? Ed al contrario come possiamo però condannare un ragazzo che magari nulla ha avuto a che fare con la vita criminale del padre e che dovrebbe avere il diritto di crescere dignitosamente, rispettato come qualsiasi altro ragazzo?

In questi discorsi camminiamo sul filo sottile che separa il giustizialismo dal garantismo, l’accusa dalla difesa, la condanna dalla salvezza. Non so dire cosa bisogna fare, ma so che dobbiamo incominciare a parlarne in modo serio, perché se come diceva Paolo Borsellino la mafia verrà sconfitta quando realmente la gioventù le negherà il consenso, allora dobbiamo incominciare a riflettere anche sul consenso di una gioventù innocente, condannata agli occhi della brava gente, e che magari inizierà a delinquere non per propria scelta, ma è perché proprio la brava gente a non offrirgliene alternativa.