Mai come ora è vitale andare a votare. E, per quanto mi riguarda, mai come ora è vitale votare a sinistra.

Il primo obiettivo è risvegliarsi dall’incubo di Silvio Berlusconi: e dunque votare chi può vincere, e cioè la coalizione Italia Bene Comune, con Pier Luigi Bersani candidato premier. Ma all’interno di quella coalizione credo sia importante dare forza alla sinistra: ed è per questo che voterò Sel di Nichi Vendola. E se qualcuno si chiede perché, può sempre riascoltare un vampiresco Mario Monti che spiega perché ormai le categorie di destra e sinistra non avrebbero più senso: a superarle sarebbe stata la teocrazia del mercato, che tutto regola e tutto governa, liquidando per sempre idee obsolete come quelle di giustizia sociale, eguaglianza, laicità.

Tra le molte scelte strategiche della prossima legislatura ci sarà anche quella relativa al patrimonio, che è a un bivio fatale. L’unica cosa su cui tutti concordano è lo stato terminale del Ministero per i Beni culturali: minato alle fondamenta dai tagli finanziari di Bondi e Tremonti, delegittimato dalla pochezza di Ornaghi, e balcanizzato in piccoli e grandi potentati interni.

Una larga parte degli ‘addetti ai lavori’ pensa che la ricetta sia una sostanziale eutanasia del Ministero, e della stessa esistenza di una politica pubblica dei beni culturali. E se la destra berlusconiana continua a considerare il patrimonio come un’enorme riserva di petrolio da alienare, trivellare, bruciare, la destra ‘col loden’ di Monti lo vede invece come una leva per creare ricchezza privata. Monti vorrebbe come ministro dei Beni culturali l’ex presidente del Fai, Ilaria Borletti Buitoni, per applicare la linea sinteticamente espressa nell’ultima riga di documento del 4 febbraio sulle richieste del Fai ai politici: «La gestione ai privati, la tutela allo Stato». E nelle sue prime dichiarazioni da nuovo presidente del Fai, l’ex comunista Andrea Carandini sta cominciando a chiedere che Pompei sia sottratta alla mano pubblica: poi sarà la volta di Brera, degli Uffizi e così via.

Ma questa non è una novità, è l’estremizzazione della linea anticostituzionale di Alberto Ronchey (ministro per i beni culturali dal 1992 al 94), guidata da un micidiale cocktail ideologico nel quale erano mescolati la dottrina del patrimonio come ‘petrolio d’Italia’, la religione del privato con l’annesso rito della privatizzazione, e (specie dopo il ministero di Walter Veltroni) lo slittamento ‘televisivo’ per cui il patrimonio non ha più una funzione conoscitiva, educativa, civile, ma si trasforma in un grande luna park per il divertimento e il tempo libero.

Al contrario, la dimensione e la missione costituzionali del patrimonio artistico non sono mai realmente entrate nell’agenda della politica e dei governi: il Ministero per i Beni culturali non è mai stato avvertito come un ministero dei diritti della persona (quale invece è: esattamente come lo sono quelli della Salute e dell’Istruzione), ma sempre come una cabina di coordinamento burocratico e una centrale di clientelismo.

È sacrosanto voler difendere Pompei, gli Uffizi o Brera perché sono ‘belli’, o anche perché rappresentano la nostra memoria collettiva. Ma forse è più importante fa comprendere che il vero motivo per cui la Costituzione li tutela e per cui noi li manteniamo con le nostre tasse (cosa che dobbiamo e possiamo continuare a fare), è che essi sono una scuola di cittadinanza, un strumento di liberazione culturale, un mezzo per costruire l’eguaglianza in tutte le sue accezioni.

La storia dell’arte è in grande parte la storia dell’autorappresentazione delle classe dominanti, e per un lungo tratto i suoi monumenti sono stati costruiti con denaro sottratto all’interesse comune. Ma la Costituzione ha redento questa storia: le ha dato un senso di lettura radicalmente nuovo. Il patrimonio artistico è divenuto un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell’eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati.

È questa la politica culturale che mi aspetto dalla prossima legislatura. Una politica costituzionale, una politica di sinistra. Finalmente.