Non ci crederete. Ma il suo biglietto da visita è lo sguardo. Un lampo mite che si accende nel sole vespertino di Reggio Calabria. Che ti annuncia qualcosa di speciale prima ancora che un amico ti prenda da parte e ti racconti la sua storia da leggenda. Perché Tiberio Bentivoglio è davvero un uomo, un imprenditore speciale. Che per non pagare il pizzo ha tenuto testa alla ‘ndrangheta reggina per vent’anni sfidando scogli e ciclopi e traditori come un Ulisse moderno, navigando su una zattera tutta sua tra pavidità di funzionari pubblici o di preti in odore di antimafia.

Non avrebbe certo immaginato questo destino negli anni Settanta, quando gli venne in mente di aprire un negozio di articoli sanitari, piccola impresa da seguire con la moglie Vincenza e pochi collaboratori. Non lo immaginò senz’altro nel giorno della grande festa, il 25 aprile del 1992: quando, felice per i suoi successi, fece il grande passo e aprì un vero emporio sanitario, 450 metri quadri con un grappolo di dipendenti.

È allora che i corvi arrivano infatti a posarsi su di lui e sul suo lavoro. Il primo grande furto lo subisce già in luglio. Poi, negli anni, ne arrivano altri. Nel ’98 c’è il salto di qualità, giusto per chiarire che si tratta di pizzo: viene dato alle fiamme il furgone della sanitaria. Ma nessuno indaga, nessuno lo interroga.

In compenso si fanno vive la banche. Deve rientrare dalla scopertura, chiudere i debiti contratti per rimediare ai furti e all’incendio. Di più. I fornitori ancora gli vendono le merci ma senza più pagamenti agevolati, chissà mai che gli capiti qualcosa e sia difficile recuperare i crediti. Nulla di strano.A Reggio in fondo la ‘ndrangheta non ha mai avuto vita difficile, almeno fino a pochissimi anni fa. Per un investigatore che fa il suo dovere ce ne sono il doppio o il triplo che insabbiano o si voltano dall’altra parte. Tiberio scopre la realtà: di qua un mondo, quello che dovrebbe proteggerlo, vischioso e indolente, di là un avversario di mente e mano fermissime.

Così nel 2003 arriva la bomba che devasta l’emporio S.Elia. E un altro incendio doloso arriva nel 2005. Le vicissitudini giudiziarie e amministrative sono troppo intricate per raccontarle. Ma certo colpisce questa passerella di ministri che a Roma invitano a credere nello Stato, a ribellarsi ai clan perché ognuno deve fare il suo dovere, e lui che scopre solo casualmente in questura che esiste una legge che gli consente di chiedere il risarcimento del danno subito, perché quelli che ne raccolgono le denunce e lo sentono disperarsi mica lo avvertono dei suoi diritti. Colpiscono i ritardi infiniti della prefettura, quella pratica che non si smuove mai, fino a strangolarlo, perché lo Stato ha cento modi per farti inginocchiare davanti alla violenza mafiosa. Fino alla scelta obbligata e dolorosa di andare lui fuori legge, di non pagare più i contributi ai suoi dipendenti pur di non metterli sulla strada in una Calabria dove la disoccupazione tocca cifre da capogiro. Deve intervenire Libera perché quel risarcimento inizi finalmente a essere onorato.

Non una ma più volte l’associazione manda proprie delegazioni a Reggio e interviene su Roma per difendere l’imprenditore che non si è arreso. Ma parallelamente è uno stillicidio di episodi che portano tutti il segno della solitudine e della paura. Pignoramenti, lettere minatorie, un altro incendio della sanitaria. Perfino il processo che porta in carcere gli aguzzini è una parziale sconfitta. Non viene riconosciuta l’estorsione, infatti, con le conseguenze devastanti che questo ha per i suoi diritti. È il febbraio del 2010.

Il 9 febbraio del 2011, esattamente un anno dopo la condanna degli aguzzini, Tiberio subisce un attentato rimasto quasi sconosciuto alle cronache nazionali. E questa volta il bersaglio fisico è lui, la sua persona. Gli sparano dopo che è sceso dal furgone, mentre sta andando a lavorare nel suo frutteto. Sei colpi. Uno lo prende al polpaccio, uno lo prende alla schiena ma finisce per fortuna sul marsupio, dagli altri si salva gettandosi dentro il furgone. Allora anche le autorità che si sono rifiutate d’incontrarlo si profondono in comunicati di solidarietà. Allora si scopre che gli imprenditori “non devono essere lasciati soli”. “Sei come Garibaldi”, gli scrive un amico, “anche tu ferito a una gamba in Aspromonte”. Due mesi dopo però arriva la rivincita. L’operazione “Raccordo” della Dda di Reggio Calabria gli dà ragione su tutta la linea. Disegna la trama associativa e il reticolo criminale che lo ha colpito impunemente più volte. Il quartiere Condera, il racket, il boss Santo Crucitti (che finisce agli arresti), il ruolo ambiguo del parroco, e al centro lui, Tiberio, vittima designata e coraggioso fondatore della associazione anti-racket “Reggio Libera Reggio”. Ci sono voluti vent’anni, quanti nessuno forse ha mai saputo resistere. Nella Reggio svergognata dallo scioglimento del consiglio comunale, lo sguardo giusto di Tiberio Bentivoglio racconta una storia che l’Italia ciarliera e sciatta di questi giorni dovrebbe conoscere e onorare.

Il Fatto Quotidiano, 17 Febbraio 2013