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Arnaldo Capezzuto
Giornalista

Carmine Schiavone, il bamboccione casalese imita papà Sandokan

Un faccione da bambinone nascosto dietro una folta barba, i capelli neri, curati e lunghi, gli occhialini e l’andatura, l’espressione mimica e gestuale, da duro, da capo. Questo bamboccione del clan dei Casalesi è Carmine Schiavone, 29 anni, quarto figlio del più celebre Francesco Sandokan a finire dietro le sbarre.

E’ chiaro che “Carminotto ‘o Staffone”, questo il suo soprannome, imita il papà, il capoclan ergastolano stanato nel suo bunker a Casal di Principe l’11 luglio del 1998. Il giovanotto è un mediocre camorrista, vissuto come gli altri fratelli solo e unicamente nel “mito” del padre. Quando è stato acciuffato dai carabinieri – martedì all’alba – dopo una rocambolesca fuga a piedi da una discoteca di Aversa si è complimentato con i militari che l’ammanettavano abbozzando “siete stati bravi” poi all’uscita della caserma ha imitato in ogni movenza – basta riguardarsi qualche immagine di repertorio trasmesse dalle tv – il suo caro papà.

Prima di accomodarsi sulla gazzella dei militari dell’Arma non poteva mancare il solito show: in posa plastica dispensare bacetti – usando fotografi e cineoperatori – destinati evidentemente ai tanti che lo guarderanno in tv.

Un atteggiamento infantile, che tradisce quel ragazzino che c’è ancora dietro quel suo atteggiarsi a tutti i costi a boss e capo. Ciò che colpisce è la tradizione criminale che si tramanda di generazione in generazione. Il proprio cognome di malavita è un brand che garantisce contemporaneamente deplorazione ma rispetto sociale, condizionamento e potere. Il familismo amorale criminale al Sud è rendita di posizione, un po’ come i grandi cognomi delle diverse caste che per un chiaro scuro di contrasti e ballerini confini spesso entrando in contatto e in affari. Del resto i privilegi criminali come quelli legali vanno difesi con qualsiasi mezzo anche con “strane” alleanze geometriche.

E’ una poltiglia, un blob, un impasto che trasforma le contrapposizioni in connivenze e rilassate convivenze. Alla fine o all’inizio quando si parla di camorristi, mafiosi, ’ndranghetisti quello che appare non è sempre ciò che è. Insomma Carmine Schiavone, tenta di fare il camorrista ma neppure ha capito – secondo me – cosa precisamente s’intende per vero camorrista. Lui vive in un complesso di edipo criminale irrisolto con l’ombra del padre che lo schiaccia. Peccato davvero peccato. Un’occasione persa. Se ci fosse uno Stato che funzionasse forse tanti bamboccioni di camorra dai cognomi altisonanti potrebbero trovare la forza di mandare affanculo il brand di famiglia e vivere una vita diversa, una vita di legalità, una vita che ne vale la pena di essere vissuta alla faccia dei parenti.  
 

 


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