Monti come Schröder? L’interrogativo lo pone Die Zeit; e non è detto che sia proprio lusinghiero, per il Professor diventato premier e non contento di tornare a essere ‘solo’ senatore (a vita). Percorsi l’uno all’inverso dell’altro, a ben vedere, quelli di Monti e di Schröder: il tecnico che divenne politico, l’italiano; il politico che divenne tecnico, ma soprattutto lobbista, il tedesco. Schröder, leader socialdemocratico, cancelliere tedesco dall’ottobre 1998 al novembre 2005, guidò una coalizione con i Verdi: un mandato politicamente segnato dal no agli Usa di Bush per l’invasione dell’Iraq. Mesi dopo l’uscita di scena, sconfitto dalla Merkel, Schroeder accettò la nomina di Gazprom, gigante energetico russo, a capo del consorzio Nord Stream, per costruire un gasdotto dalla costa russa nella regione di Vyborg alla costa tedesca nella regione di Greifswald, passando per il Baltico.

Ora, che cosa accomuna Monti a Schröder? L’ex cancelliere –ricorda Die Zeit- sosteneva che non si dovesse parlare di politica di destra o di sinistra, ma solo di “politica buona e politica cattiva”; e Monti ritiene che nel XXI secolo categorie come destra e sinistra siano superate. Un approccio che, nota il quotidiano con una punta di critica non dissimulata, riduce la politica a un mero affare tecnico-burocratico. Come se bastasse liberare la “macchina Italia” dal fastidio dei partiti per rimettere in moto il motore. Il giornale tedesco ripercorre la trasformazione di Monti dalla chiamata come tecnico del novembre 2011 alla “salita in politica” recente e osserva che l’economista, accademico ed ex eurocrate aveva ottenuto “buona parte della sua popolarità” proprio perché era al di sopra delle lotte di partito“.

Invece, il Washington Post pubblica sul sito la trascrizione di un’intervista a Pierluigi Bersani, presentato –ah, lo stereotipo al potere!- come “un ex comunista“, che fatica a convincere che il Pd sia “il partito più europeista del paese”. A me, a dire la verità, non pare che cerchi di farlo.