Oscar, Lincoln di Spielberg fa il pieno (12 candidature), ma la sorpresa è un’altra: Amour di Michael Haneke centra 5 nomination, tra cui miglior film e regia. Eccezion fatta per il muto The Artist vittorioso l’anno scorso, bisogna tornare a La vita è bella di Roberto Benigni del ’99 per trovare un film non in lingua inglese capace di tanto. Dopo la Palma d’Oro, l’Efa, il riconoscimento dei critici statunitensi e mille altri, un exploit che rilancia le magnifiche sorti del cinema d’autore europeo: nella categoria miglior film straniero, c’è questa coproduzione d’essai Austria-Germania-Francia, ma significativamente marca visita la commedia “blockbuster” transalpina Quasi amici.

E non è finita per il superbo dramma geriatrico del regista austriaco trapiantato a Parigi: la splendida Emmanuelle Riva è la più anziana attrice nominata miglior protagonista e il 24 febbraio alla cerimonia degli 85esimi Academy Awards potrebbe festeggiare l’86° compleanno con la statuetta. In cinquina finisce anche la più giovane di sempre: la straordinaria Quvenzhané Wallis, 9 anni, protagonista della rivelazione indie Beasts of the Southern Wild, opera prima del trentenne Benh Zeitlin (in Italia il 7 febbraio, titolo Re della terra selvaggia).

Costato solo 1.800.000 dollari, il pluripremiato fantasy animista conquista anche le nomination per film, regia e sceneggiatura non originale: complimenti. Fa meglio di Les Misérables di Tom Hooper (8 candidature), Argo di Ben Affleck (7), Django Unchained di Quentin Tarantino (5) e Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (5) che mancano la nomination per la regia.

Dietro la macchina da presa gli sconfitti sono loro, mentre la doppietta film-regia riesce anche al dramedy di David O. Russell Silver Linings Playbook (Il lato positivo), lo strafavorito dei bookmaker Lincoln e Vita di Pi del taiwanese Ang Lee, che tallona Spielberg con 11 nomination. Sintomaticamente, in pole-position troviamo due coproduzioni dal sapore geopolitico: Lincoln è co-finanziato dall’India, Vita di Pi dalla Cina. Del resto, gli Academy Awards sono riconoscimenti dell’industria hollywoodiana: un occhio è sempre al proprio portafogli , l’altro guarda quello degli altri. Sul fronte attoriale, incrociano i guantoni il 16° presidente Usa Daniel Day Lewis, il canterino Hugh Jackman (Les Miz), il balordo Joaquin Phoenix (The Master), il pilota ubriacone Denzel Washington (Flight) e Bradley Cooper (Silver…), mentre la Riva e la Wallis sfidano la tsunamica Naomi Watts (The Impossible), Jennifer Lawrence (Silver…) e l’eroica cacciatrice di Bin Laden Jessica Chastain (Zero Dark Thirty).

Viceversa, tra i non protagonisti spiccano la candidatura di Robert De Niro, 21 anni dopo Cape Fear, e quella di Anne Hathaway: non è record, ma in Les Mizrecita solo per sei minuti, buoni per cantare una I Dreamed a Dream strappalacrime.

Ma che Oscar si profilano? Se l’Italia si consola con il solito compositore Dario Marianelli per Anna Karenina, a contendersi la statuetta del “Best Picture” troviamo di tutto: George Clooney produttore per Argo, due film indipendenti (Beasts e Amour), due Weinstein (Django e Silver) e un inglese (Les Miz), campioni d’incassi come Lincoln (145 mln negli Usa) e Vita di Pi (392 milioni nel mondo) e due “poveretti” come Zero Dark Thirty (5 mln) e il film di Haneke (340 mila dollari oltreoceano). Scelte ecumeniche, dunque, ma c’è chi rimane fuori: Lo Hobbit di Peter Jackson, solo tre nomination tecniche, e The Dark Knight Rises di Christopher Nolan, addirittura a bocca asciutta. Va meglio, decisamente, per Skyfall, lo 007 più remunerativo (oltre un miliardo di dollari al botteghino) e più nominato agli Academy Awards di sempre: cinque statuette potenziali, tra cui quella per l’omonima canzone di Adele.

Se il cielo di Bond cade, viceversa, quello di Hollywood segna sereno stabile: il 2012 si è chiuso con un record d’incassi (quasi 11 miliardi di dollari) e la griglia di partenza degli Academy Awards illumina un’annata ottima anche per qualità. Già, l’imbarazzo della scelta può essere decisamente imbarazzante: The Master non prende né film né regia, la Bigelow si ferma a metà, e potremmo continuare. È l’Academy, bellezza?

Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2013