L’arresto a ottobre dell’assessore alla casa della regione Lombardia, Domenico Zambetti, che secondo la Procura di Milano avrebbe comprato pacchetti di preferenze dai clan calabresi, è stato solo il caso più clamoroso. Il 2012 sarà ricordato come l’annus horribilis dei rapporti tra ‘ndrangheta e politica nel nord Italia, e non perché la liaison sia stata una novità degli ultimi mesi – ché anzi le inchieste riferiscono di episodi accaduti negli anni passati – ma perché, a partire dalle maxi operazioni contro la ‘ndrangheta del 2011, tali relazioni sono venute alla luce con un’ampiezza e simultaneità mai registrata prima. Gli arresti del 3 dicembre in Liguria, che hanno inserito nella lista degli indagati anche gli ex sindaci Pdl di Bordighera e Ventimiglia, comuni sciolti per mafia, in tale contesto sono solo gli ultimi grani di un lungo rosario.

Tra la fine del 2011 e il 2012, per la prima volta, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, sono stati commissariati quattro comuni del nordovest del Paese. Si è iniziato nel marzo 2011 sulla riviera di Ponente, con lo scioglimento di Bordighera, seguito nel febbraio 2012 da quello di Ventimiglia, e poi dai comuni piemontesi di Leinì e Rivarolo Canavese, commissariati la scorsa primavera. In ognuno di questi centri la ‘ndrangheta si è ritagliata una fetta di affari pubblici grazie alla complicità di funzionari e politici locali, che in cambio di lavori e commesse hanno ricevuto voti e sostegno in occasione di competizioni elettorali. Una merce preziosa, i voti della ‘ndrangheta, visto che per accaparrarseli i politici sono stati disposti a manipolare il regolare funzionamento della macchina amministrativa.

Ma quanti voti controlla la ‘ndrangheta in questi territori del nord? Secondo alcuni magistrati come il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, fino al 5 per cento dei consensi. Una cifra sufficiente a decidere l’elezione di un consigliere comunale o di un sindaco nei piccoli e medi comuni, ma capace di fare la differenza anche per l’elezione di consiglieri provinciali, regionali e persino per la conquista di una poltrona al parlamento europeo. Numeri spaventosi se calcolati su base regionale, secondo i quali il sodalizio riuscirebbe a controllare 380mila preferenze nella sola Lombardia e 180mila in Piemonte.

Cifre messe insieme a partire dai comuni minori, dove la ‘ndrangheta inizia a tessere la sua tela. Dove, se le risorse sul territorio non sono sufficienti, si può anche organizzare una repentina “importazione” di residenti dalla Calabria per accrescere il numero di elettori del candidato prescelto. E dove, secondo i magistrati, sono gli stessi affiliati, talvolta, a scendere in campo, come è avvenuto alle porte di Torino, nel Comune di Chivasso, o a Bollate, nell’interland milanese.

Al di là dei numeri, difficili da rilevare per un fenomeno sommerso che non ha una distribuzione omogenea, le inchieste del 2012 hanno dipinto comunque scenari inquietanti, in cui logiche clientelari si mescolano a forme di voto di scambio, con tariffe e accordi capaci di annichilire le normali competizioni democratiche. Qualche migliaio di preferenze per la promessa di appalti e lavori, 20mila euro per il volantinaggio tra gli “amici degli amici” alla porte di Torino, 200mila euro per un pacchetto di 4mila preferenze in Lombardia, non sono che degli esempi.

La “rete dei calabresi” conta e i politici sanno dove andare a cercarla, a partire dal negozio di un fruttivendolo a Genova o nei bar della periferia torinese, quelli in cui si cucina il miglior stocco (piatto tipico calabrese) della città. “Che un candidato si rivolga alla criminalità organizzata come fosse una holding in grado di portare voti è un qualcosa di devastante per il principio stesso della democrazia”, ha dichiarato Ilda Boccassini in merito all’inchiesta che vede protagonista l’assessore lombardo Zambetti. Una frase che nasconde un importante, e più generale, dato di novità. A differenza di quanto si è a lungo creduto, infatti, le indagini degli ultimi anni mostrano che non è la ‘ndrangheta a tentare di infiltrare i salotti buoni del nord, quanto piuttosto la politica ad andare a caccia di voti dove sa di poterli trovare.           

“Al voto calabrese si sono rivolti tutti i candidati a tutte le elezioni, è un dato che vi posso dare per certo”, aveva confermato a ilfattoquotidiano.it Alessio Saso, consigliere regionale del Pdl eletto nel 2010 nella circoscrizione di Imperia, indagato per promesse elettorali in una delle inchieste che hanno portato allo scioglimento del Comune di Ventimiglia. Come lui molti politici piemontesi e lombardi, non indagati, ma finiti nelle carte delle Procure per i loro incontri pre-elettorali con esponenti del mondo criminale.

I politici, di ogni schieramento, non hanno potuto negare di aver chiesto quei voti durante telefonate e appuntamenti immortalati dalle telecamere degli investigatori. Hanno assicurato però di non aver minimamente sospettato dell’appartenenza mafiosa dei loro interlocutori. “Dal look credevo si trattasse di imprenditori. M’avessero invitato in un bunker o in un capannone alla periferia di Torino forse qualche dubbio poteva anche venirmi. Ma una pizzeria, di fronte un comando dei carabinieri, tutto poteva farmi pensare tranne che ad un covo di delinquenti” si è difeso Fabrizio Bertot, ex sindaco di Rivarolo Canavese, non indagato ma al centro di un presunto episodio di voto di scambio. Per tutti si è trattato di confondere un certo tipo di gestione del consenso, di tipo clientelare, con il controllo del voto da parte della criminalità. Una prova, l’ennesima, del fatto che la malapolitica, anche quando non ha responsabilità penali, diventa acqua per i pesci mafiosi.

Resta pure il fatto che, consapevole o meno, il sostegno della ‘ndrangheta è comunque roba che scotta. Nelle parole e millanterie dei presunti ‘ndranghetisti i politici diventano infatti “giocattoli”, come nel caso dell’ex sindaco di Leinì Nevio Coral, o “pisciaturu” (uomo di poco conto) nel caso di Zambetti. A Chivasso, grosso centro alle porte di Torino, Bruno Trunfio, vice segretario della locale Udc accusato di appartenere alla ‘ndrangheta, ha confermato, intercettato, il suo sostegno alle comunali per la lista che gli avrebbe offerto maggiori vantaggi: “Noi al ballottaggio dobbiamo andare con chi ci offre più garanzie. Noi non andiamo a chiedere l’elemosina a nessuno”, spiegava al suo interlocutore.

Questa la fotografia di un 2012 in cui il governo Monti ha segnato il record del numero di comuni sciolti per mafia, ma ha introdotto una legge sull’incandidabilità del tutto inutile su simili contesti e non ha modificato quell’articolo 416ter, sul voto di scambio, che secondo gli esperti sarebbe in grado di rendere più incisiva l’azione della magistratura. Un articolo che attualmente prevede esclusivamente lo scambio tra voti e denaro e non, come accade più frequentemente, tra voti e altri vantaggi.

A parità di strumenti preventivi e di contrasto, anche per il 2013 resterà dunque in capo ai partiti politici, e alla loro capacità di autocontrollo, il compito di arginare il malsano matrimonio che mafia e politica celebrano all’interno della cabina elettorale. Quindi c’è da scommettere che continueremo a vederne delle belle.