No guardi, il buio Medioevo non c’entra niente”. Franco Cardini, storico medievista, alla parola “profezia dei Maya” ci ferma subito: “Le grandi paure del Medioevo ce le siamo inventate nell’Ottocento”.

Professore, partiamo dall’inizio. Le profezie apocalittiche ci sono sempre state?

Sì, sono figlie della tradizione ebraica. I cristiani le hanno immesse nella civiltà greco-romana: quando l’Impero romano si è cristianizzato c’erano già leggende anche se non legate propriamente alla fine del mondo (è un’idea legata alle religioni della Bibbia e del Corano, che hanno un’idea della Creazione e quindi anche della fine).

Facciamo un esempio.

La IV Egloga di Virgilio, che poi i cristiani hanno usato come profezia della nascita di Gesù, parlava proprio della fine di un ciclo. È il deteriorarsi progressivo del mondo: l’età dell’oro, d’argento, di bronzo, di ferro. O il Kali Yuga degli indiani, l’età nera, dopo la quale si ricomincia da capo e viene una nuova era felice. Virgilio, attingendo a fonti gnostiche, nel I secolo a.C. – guarda caso: proprio mentre stava nascendo Gesù – la rimette in circolazione. Questo per dire che il mondo cristiano è sempre stato attraversato da queste leggende.

Dunque la paura dell’anno Mille è una bufala. Ce la fanno pure studiare a scuola.

Jules Michelet è lo storico che con Burckhardt ha inventato la parola Rinascimento. Però ha anche inventato questo affascinante quadro della gente che l’ultima notte dell’ultimo giorno del Primo millennio aspetta la fine del mondo. E il giorno dopo, allegri d’esser ancora vivi, tutti tornano laboriosi più che mai alle proprie occupazioni: da qui inizia un periodo di grande espansione.

E quale realtà nasconde la favoletta?

Effettivamente tra il X e l’XI secolo per ragioni climatiche, socio-economiche, politiche e demografiche il mondo euro-mediterraneo ha avuto una sorta di risveglio. Una situazione perfetta per agganciare anche le profezie apocalittiche.

Però non si capisce bene perché è una favoletta…

Per la semplice ragione che nessuno allora sarebbe stato in grado di sapere qual era con precisione l’ultima notte del Primo millennio. Nel mondo medievale nemmeno si poneva il problema perché c’era una pluralità di sistemi calendariali. L’anno in Francia finiva la notte tra il Sabato santo e la Pasqua, nelle aree dominate dal vescovo di Roma e in Germania era la notte di Natale. In Toscana e in Lombardia, il primo giorno dell’anno era il 25 marzo, cioè l’Annunciazione. Insomma avrebbero dovuto litigare per stabilire qual era l’ultimo giorno del millennio! Naturalmente questo non toglie che ci siano state nel corso dell’XI secolo molte voci profetiche sulla fine dell’umanità, legate al Libro dell’Apocalisse. E sono credenze che si rafforzano in momenti di crisi. Il tempo in cui si è attesa con forza la fine del mondo è stato tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna . Soprattutto nel periodo della Riforma. Per esempio il 1524 era molto temuto perché c’era una congiunzione astrale nel segno dei Pesci, avevano detto che ci sarebbero stati nuovi diluvi, cataclismi: in effetti fu un anno caratterizzato da forti piogge. E poi le guerre, le epidemie. Vuoi che in un momento del genere non venissero fuori profezie apocalittiche?

E oggi?

Ci sono certe cose – come le rivoluzioni – che accadono all’inizio o alla fine dei secoli, e non mi chieda perché. All’interno delle convenzionalità – il calendario è una di queste – si creano dei cicli che sembrano preterintenzionali. E allora quando si arriva alla fine dei secoli e tanto più alla fine dei millenni ci si arriva con una certa paura implicita. Quando si ha paura si colgono i segni di quello che si teme succeda. Ora abbiamo molte paure – e non solo perché siamo all’alba di un millennio cominciato male, con l’11 settembre – ma perché siamo in un periodo di crisi, soprattutto noi occidentali. Sappiamo che è finito quel mezzo millennio a partire dal quale siamo diventati i padroni del mondo. E le paure tornano a galla. Ma, come diceva mia nonna, le disgrazie non bisogna chiamarle.