Ciò che ha fatto Beppe Grillo non ha precedenti nella politica mondiale. Ha espulso i consiglieri comunali Favia e Salsi dal Movimento 5 Stelle con un minipost su un blog. Poi ha espulso la consigliera Raffaella Pirini per aver espresso solidarietà a Federica Salsi: in questo caso ha usato una raccomandata inviata dal suo studio legale. Non è mai accaduta una cosa del genere negli ultimi cento anni di vita politica nelle moderne democrazie. Ogni esperienza politica, in Occidente e Oriente, ha sempre fondato i suoi pilastri sul confronto collettivo. Le decisioni nei partiti e nei movimenti sono nate dopo un confronto democratico, attraverso riunioni, congressi e assemblee. Mi riferisco, naturalmente, alle vere esperienze democratiche e non ai partiti italiani, che troppo spesso hanno preso decisioni in stanze chiuse, con i soliti dirigenti con plurimandati. Insomma, nessuno mai è stato espulso da un movimento politico con un post su un blog e una raccomandata di due avvocati. E una barzelletta e purtroppo nasce in Italia.

L’Internazionale dei Partiti Pirati, nato nel 2006 come una confederazione tra partiti e movimenti, utilizza molto la Rete per l’organizzazione del suo impegno politico. Ma ha un consiglio direttivo e due presidenti, Marcel Kolaja (che un blog) e Samir Allioui. Questo gruppo di persone discute, si confronta e prende decisioni. Anche lo svedese Rickard Falkvingel, fondatore del Partito Pirata che nel 2009 alle elezioni europee ha ottenuto il 7,1% dei voti, non si sognerebbe di espellere nessuno dei suoi aderenti con un post su un blog o una raccomandata dei suoi legali. Invece Grillo, che si nasconde dietro il paravento della parola “Rete”, ritiene che appartenga alla democrazia impedire a due donne e un ragazzo di far politica, sottraendo l’uso del logo M5S. Che roba è questa? E’ politica? Allora ha ragione Michele Santoro quando dice che forse Beppe Grillo si è montato la testa. Che forse dovrebbe fare un’autocritica e confrontarsi – sul serio – con gli attivisti del M5S. Magari in un’assemblea pubblica, dove lo stesso Grillo risponde alle critiche su certi comportamenti (come ed esempio usare un video per dire ai dissidenti “fuori dalle palle!”). Eh, no, caro Grillo: se invochi tanto la Rete – cioè un mezzo basato sul confronto e la condivisione – devi essere il primo a dimostrare che non fai chiacchiere, ma che sei disponibile a partecipare a un’assemblea democratica, un confronto pubblico, una riunione politica dove gli attivisti hanno il diritto di registrarsi per parlare, criticare, e infine votare.

Questo, però, non accadrà mai. Grillo è abituato ai monologhi. E il metodo con cui ha messo in atto  le espulsioni di tre consiglieri, mette in chiaro la sua concezione personale della politica. In pratica, il M5S è suo perché il logo è suo. E avverte: se vi sta bene quello che dico e decido, bene, altrimenti fuori dalle palle con un post o una raccomandata. E allora, con questi presupposti, credo che il M5S stia prendendo una deriva pericolosa. Rischia cioè di trasformarsi in un gruppo di yes-man, cioè gente che dice sì al capo e si guarda bene dal contestarlo, altrimenti rischia lo stesso metodo di esplusione. Ecco, questo non è democrazia. Non è politica.

Il mio iniziale interesse per il Movimento 5 Stelle – che ha proposte interessanti e positive – naufraga su una spiaggia arida dopo le recenti espulsioni dei consiglieri cinque stelle. Non mi piace il metodo. E’ la logica del capo che, per troppi anni con Berlusconi, abbiamo patito come Paese. No grazie, a questo giro voterò altrove.

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