Vorrei condividere con voi l’intervento che ho tenuto in Piazza Farnese il 15 dicembre scorso, nel corso della manifestazione “Noi sappiamo” a fianco delle Agende Rosse e di Salvatore Borsellino e a sostegno della procura di Palermo.

Buon pomeriggio a tutti.

Mi chiamo Benny Calasanzio Borsellino, ho 27 anni e non ho mai parlato a telefono con Nicola Mancino.

Il 28 gennaio del 2009 lo ricordo bene perché io non c’ero. Avevo una febbre equina e cercavo in ogni modo di seguire in streaming la manifestazione “Io so”, anche quella, come questa, organizzata in fretta e furia dai soliti pazzi. Allora, come oggi, Piazza Farnese era stata invasa da tante persone semi-congelate che avevano sfidato il freddo glaciale per testimoniare che il popolo del 1992 non era morto, che le coscienze non si erano tutte addormentate, che noi c’eravamo ancora.

Sono passati circa 4 anni e se mi volto indietro stento a credere a tutto quello che è stato fatto. Le iniziative delle Agende Rosse, che non sono di Salvatore Borsellino, di Sonia Alfano o di Benny Calasanzio ma sono donne e uomini splendidamente autonomi e indipendenti, sono tantissime e tutte coronate da bellissime risposte popolari. Una su tutte: aver liberato definitivamente via d’Amelio dall’occupazione abusiva di persone indegne che, come dice il mio amico Salvatore, ogni anno andavano ad assicurarsi che Paolo Borsellino fosse davvero morto. E cosa c’è di sbagliato allora nel considerare le Agende Rosse un movimento di liberazione nazionale? Non sono forse tutte loro partigiane della Costituzione? Quello che abbiamo fatto in via D’Amelio abbiamo intenzione di farlo in tutta Italia, ovvero riprenderci i nostri luoghi della memoria e cacciare gli invasori.

Quello che sto per dire può sembrare folle: credo che senza Salvatore Borsellino e le Agende Rosse il processo che oggi è in fase di udienza preliminare a Palermo, quello sulla Trattativa, non sarebbe mai potuto partire. Senza questo contesto mai Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e gli altri sarebbero riusciti a portare alla sbarra gli indegni protagonisti del patto Stato-mafia: alla sbarra, uno accanto all’altro, mafiosi ed ex ministri, sperando che sia la prima volta che si vedono. È bello oggi poter dire che Leonardo Sciascia non le aveva azzeccate tutte e si era sbagliato due volte: la prima quando aveva dato del professionista dell’antimafia a Paolo Borsellino e la seconda quando aveva detto che lo Stato non avrebbe mai processato se stesso: oggi questi magistrati stanno cercando di farlo e la reazione delle istituzioni italiane è unita e compatta: vanno fermati a ogni costo.

E quando questi, a fronte degli attacchi quotidiani e crescenti, si voltano cercando il loro sindacato, l’Anm li rassicura con una sonora pernacchia. Quella categoria, quel sindacato a cui questi magistrati hanno salvato la faccia in moltissime occasioni. Quegli stessi magistrati che ora stanno volgendo lo sguardo verso altre porcherie compiute dal Ros dei Carabinieri, come la fino ad oggi sconosciuta mancata cattura del boss catanese Nitto Santapaola a Terme Vigliatore. Questa insieme alla mancata cattura di Provenzano nel 1995 e alla mancata perquisizione del covo di Riina. Tutte occasioni mancate, tutti coitus interruptus.

Rispetto alla sentenza della Consulta non c’è molto da dire: sarebbe stato un traguardo che la Corte quanto meno leggesse le memorie della procura, ma onestamente non ci credo molto: mai, quella Corte, avrebbe potuto dire, in seguito all’arrogante prova di forza di Napolitano, che nessuna legge era stata violata, che nessuno aveva intercettato Napolitano e che nessuno, tranne un Gip, poteva autorizzare la distruzione di quei nastri. E vi dico di più: a me non frega nulla di sapere cosa ci fosse in quelle telefonate tra l’indagato Mancino e il suo tele-amico Giorgio Napolitano. L’essersi opposto strenuamente non alla pubblicazione, attenzione, ma alla semplice conservazione nell’assoluta segretezza di quelle conversazioni, per me è già una risposta e in ogni caso non potrebbe certo danneggiare la mia stima in Napolitano: io darei la mia vita per la mia Repubblica oggi stesso e su questo palco, e nessuno può venirmi a dire che disistimare Napolitano equivalga ad infangare il mio Paese. Nessuno.

In questi anni e grazie a questa sentenza che non è politica, sbaglia Ingroia, ma è fisiologica, dettata da incontinenza istituzionale, le Agende Rosse sono riuscite a fare qualcosa di semplicemente impensabile: hanno fatto sentire gli italiani tutti familiari di vittime innocenti della mafia. Questa è una cosa bellissima. Tutti voi oggi qui vi sentite orfani e non solo di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ma mi piace pensare anche di Beppe Alfano, di Attilio Manca, di Giuseppe e Paolo Borsellino. Sentite che qualcosa vi è stato strappato dal cuore e negli occhi avete la rabbia che solo chi ha pagato la lotta alla mafia con il sangue può avere.

E come non considerare quei magistrati che citavo prima anche loro familiari delle vittime innocenti della mafia: alcuni di loro hanno fatto appena in tempo a vincere il concorso e conoscere i loro padri professionali che pochi giorni dopo li hanno dovuti seppellire.

Non sorprendiamoci per quello che sta accadendo, in fondo avevano già avvisato Luigi de Magistris: “Guai al magistrato che pensa di avere una missione e perde di vista che il controllo di legalità è un mestiere”. Caro Di Matteo, sbagliate, dovreste svolgere questo mestiere come altri, come se foste impiegati alla motorizzazione civile; alle 17 tutti a casa e si chiude bottega. I professionisti delle professioni non possono capire che per loro e per noi è una laica missione, per noi cercare di sapere chi è stato a lasciare il filo della ghigliottina su Paolo Borsellino è una ragione di vita perché da quella menzogna dipende tutto il resto. Noi non possiamo essere figli della menzogna. Ce l’hanno fatta con Portella della Ginestra, con l’Italicus, con Brescia, non ci riusciranno con Via d’Amelio.

Qui siamo tutti orfani qui e mi sento a casa. A voi non devo dire quanto è difficile sopravvivere, a voi non devo dire nulla. Siamo la stessa cosa, abbiamo gli stessi sogni e non lasceremo a un branco di pavidi vigliacchi distruggere quello che in questi anni abbiamo creato.

Un iscritto all’albo dei giornalisti, un “quaraquaquà”, uno di quelli che a Palermo chiamiamo “cosa inutile”, aveva definito Salvatore Borsellino come “professione fratello”: Salvatore oltre a fare il fratello per biologia e per missione, per tutti noi è stato un padre, uno zio, un nonno. Ha saputo colmare il vuoto che avevamo dentro ed è per questo che noi gli staremo a fianco fino all’ultimo giorno della nostra vita.

La nostra non è una minaccia ma una promessa a Napolitano, a Mancino e a tutti gli altri che abitualmente si telefonano: prima di far saltare il processo sulla Trattativa dovrete far saltare noi, uno ad uno perché altrimenti non avrete concluso niente, perché noi ci saremo sempre e saremo sempre uno in più di voi, con la nostra agendina in mano vi faremo “ca…. sotto”, come abbiamo fatto in questi anni, con le casalinghe del terrore, con le maestre del terrore. Non ci fate paura, né Mancino con la scorta, né Napolitano con l’esercito, perché in un mondo ideale, che nessuno, come ci ha insegnato Rita Atria, ci impedisce di immaginare, la verità ha sempre travolto menzogne, menzogneri e ruffiani.

Noi oggi siamo qui perché qui è il nostro posto e non ce ne andremo mai, gli unici che devono sparire da questa nazione sono i bugiardi, e i bugiardi sono in ogni posto, e se questi sono anche al Quirinale non è colpa nostra, gli indegni non siamo noi che lo raccontiamo ma è chi in quel palazzo dovrebbe lottare con le unghie e con i denti per la verità e per la giustizia e invece si sta facendo i ca..i suoi.