Leggo sul Fatto che alcune note firme del giornalismo ci invitano all’ottimismo per contrastare il diffuso malumore di cui saremmo vittime e per ricordarci che siamo pur sempre un grande paese che “all’estero considerano un mito”. Ora io vorrei chiedere, ma di che ottimismo parlano? Forse l’ottimismo è una tecnica di recitazione, un vestito che uno può indossare a piacimento a dispetto di ogni evidenza, oppure di fatto è una reazione che sorge spontanea in un contesto favorevole? Nessuno nega che l’ottimismo sia contagioso, ma solo quello vero, quello autentico e non la retorica dei giornali e dei piazzisti, quello del “tutto va bene” e “siamo un paese fantastico”.  

Fa effetto leggere questi inviti all’ottimismo proprio in questi giorni offuscati dal lugubre ritorno in scena di B. Perché il campione dell’ottimismo di facciata e della negazione della realtà è proprio lui. Ci ha costruito un’industria, un’intera editoria sull’ottimismo falso. Peccato che la situazione reale era assai diversa, anzi più si imponeva l’ottimismo artificiale più si inaridivano le ragioni di quello vero. Sembra passato un secolo ma fino al 2010 da noi la crisi non esisteva, era “solo un’invenzione della sinistra”, i nostri conti erano in salute, il nostro debito sostenibile, “Gomorra” era una pessima operazione perché macchiava la nostra immagine all’estero! Se fossero bastate le tante balle “ottimiste” propinate in vent’anni e con mezzi tanto potenti, ora dovremmo vivere in un Olimpo. La realtà insegna invece ancora una volta che più si nega l’evidenza, più questa presenterà il conto.    

Io non sono contro l’ottimismo per carità, è uno dei motori delle nostre azioni. Ma non a discapito della ragione che ci consente di valutare il contesto in cui siamo. E noi siamo in una situazione drammatica, bisogna prenderne atto. Quei noti intellettuali lo chiamano pessimismo? Non è così, io lo chiamo coraggio di fare autocritica ed è esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno. Ripetersi a pappagallo che siamo “un grande popolo” mentre assistiamo ai disastri come l’Ilva, sperimentiamo ogni giorno l’arretratezza delle istituzioni, lo scasso di una cultura che consente a un impresentabile, pluri-imputato e condannato, di ricandidarsi alle elezioni, ecco quell’ottimismo non è contagioso: è ottuso e in malafede. Gramsci insegnava che bisogna avere pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, ed è così. Dobbiamo analizzare i nostri errori e le conseguenze, sapere che non siamo soli ad affrontare le difficoltà, a quel punto l’”ottimismo della volontà” ci farà capire che con l’impegno possiamo uscire dai guai, mettendo in campo le doti che non mancano.

Ma prima chiediamoci se siamo un paese democratico, se disponiamo della necessaria coesione tra le classi sociali, se conosciamo e rispettiamo i principi della Costituzione, se è possibile definirci uno stato davvero laico, se disponiamo di una stampa libera e indipendente, se esiste una classe politica che può rappresentarci e ricevere fiducia. E’ una strada faticosa. Se l’Italia ce la farà, il premio sarà poi un ottimismo di sostanza, un  orgoglio e un’identità. Altrimenti continueremo con l’ottimismo da cartolina e a mentire a noi stessi.