Un chilo di cocaina acquistato in Colombia costa minimo 3mila euro. Lo stesso chilo a Milano ne rende 225mila. Settantacinque volte in più. In mezzo c’è chi l’ha trasportata, chi si è preso una pallottola in testa per uno sgarro alla persona sbagliata, chi l’ha tagliata e divisa in bustine. Per poi offrirla a uno dei tanti insospettabili clienti della capitale italiana della sniffata, dove la chiamano “bamba”. E “La bamba” è il titolo del libro in cui l’inviato di Repubblica Paolo Berizzi e Antonello Zappadu, il fotoreporter delle immagini che ritraggono Silvio Berlusconi e le suo ospiti a villa Certosa, seguono il viaggio di un grammo di coca. Sottotitolo: “Dalla foglia al naso del mondo. Viaggio nella via della coca e nelle vite dei suoi schiavi” (Dalai editore, 18,50 euro). Un inserto fotografico correda le pagine scritte.

Il viaggio inizia in una capanna immersa nella foresta amazzonica colombiana, dove uno dei tanti cocaleros lavora nelle piantagioni illegali. Per arrivare a produrre un chilo di droga grezza, deve raccogliere tra i 300 e i 500 chili di foglie. Sminuzzarle, impastarle con acqua, calce e benzina. In un anno “il frutto del raccolto gli rende 15 milioni di pesos, che sarebbero 6500 euro. 553 euro al mese di lavoro, 17 euro al giorno”, spiegano Berizzi e Zappadu. E con 17 euro al giorno deve campare tutta la famiglia, in tutto una decina di persone. Le donne chine sui campi a raccogliere le foglie. Gli uomini dediti a lavorarle e a commercializzarle. Nella speranza che l’esercito non incendi le piantagioni fuori legge. O che a creare problemi non ci si mettano i guerriglieri.

Sotto il controllo dei narcotrafficanti, la pasta di coca dalla capanna parte per Cali, la terza città più popolosa della Colombia, dove i “chimici” raffinano la migliore cocaina del mondo, questo il vanto degli abitanti. Il viaggio continua, finché la polvere bianca, impacchettata e infilata dentro a bombole da sub viene caricata sulla barca a vela di tre ipotetici skipper che a un certo punto della loro vita hanno deciso di mettersi in affari con un gruppo di calabresi. Perché con quella traversata dell’Atlantico che li porta fino alle Canarie e poi alla Sardegna potranno mettersi in tasca 60mila euro a testa. Trasportare 300 chili di coca nascosti in 15 bombole rende molto di più che portare in giro i turisti tra le isole dei Caraibi.

Dalla Sardegna a Genova, ancora via mare. Poi l’ultimo viaggio lungo l’autostrada per raggiungere un capannone nell’hinterland di Milano, dove la polvere “cade come un velo sulla città imbiancata di coca”. E’ anche questo Milano, “coi suoi 125mila consumatori occasionali e 25mila abituali, con le sue 10mila dosi quotidiane che diventano 15mila nel fine settimana”. Non più solo droga da svago e da sballo.

“Il periodo della coca intesa come sostanza di moda sta finendo”, è la testimonianza che gli autori raccolgono da Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento dipendenze dell’Asl di Milano. “La sovraesposizione iniziata con lo yuppismo e il post yuppismo ha lasciato il posto anche a usi ‘altri’. Utilizzi comuni, come quelli del doping sul lavoro. Nessuna categoria esclusa”. Dal camionista al medico, dal muratore al cuoco. Tutti in cerca della ‘neve’ da sniffare. Un grammo per settanta/cento euro. Questo costa la polvere bianca ai suoi nuovi schiavi: macchine fatte di carne che vanno a cocaina. (l.f.)