Nel convegno di ieri a Roma su bilanci e fair play finanziario (Fondazione Telos, Ordine Dottori Commercialisti) ho sinteticamente fotografato effetti e ripercussioni sul tifo di alcune (scaltre) politiche commerciali.

Quesito: c’è un limite per ripianare le operazioni di entrata/uscita?  Oppure tutto è possibile, senza tabù, per globalizzare il football brand? Le rivolte popolari di Cardiff (cambio colore sociale, dallo storico blue al rosso, per travestirsi da ricco ManUnited, ergo vendere più maglie in oriente, volontà del presidente malese), Newcastle (vendita allo sponsor del tradizionale nome dello stadio), Getafe (mutazione genetica nel nome, con suffisso ‘Dubai Team’ per esportare il prodotto negli emirati) e dei tifosi di altri club d’Europa (Wimbledon-Milton e Salisburgo su tutti), sono lì a testimoniare il pericolo, d’estrema attualità: per tecnocrazia, non si può ragionare solo marketing oriented. Si mina fede e credibilità nel giocattolo, a danno delle comunità locali, cuore pulsante del calcio ‘locale’, caldo e passionale. Come per la politica, la soluzione può essere ‘Glocal’ (cioè globale+locale) e per questo la base si organizza in trust di azionariato popolare.

Che fare? Sull’onda del financial fair play, ho proposto un Codice Etico di Cultura Calcistica che rispetti storia, identità e tradizione dei singoli club. Un argine all’omologazione e l’appiattimento di un gioco, sempre più finto e plastificato. Per non perdere contenuti e credibilità, potrà adottarlo l’Uefa delle rinnovate politiche di governance?

Tra l’uditorio (c’erano esponenti Figc Covisoc e uffici a latere Uefa) il mio intervento ha trovato i favori del Presidente SS Lazio Claudio Lotito. Apertamente, l’ha condiviso. Lui siede in Lega Calcio, la stanza dei bottoni,la Confindustria del pallone d’Italia: evitino di svendere (del tutto e definitivamente) la pasoliniana ‘religione civile di cuoio’ all’avido Dio Denaro. Con o senza legge sui nuovi stadi, prima che sia troppo tardi.

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