“Il Marocco è un albero che ha le radici in Africa, ma i suoi rami si estendono in Europa”, disse circa trent’anni fa il re del Marocco, Hassan II, mentre tentava di accreditare il suo paese nell’allora Comunità economica europea (ora Unione europea), non esitando a sbattere la porta in faccia all’Organizzazione dell’unione africana (ora Unione africana). Il tentativo di Hassan II si rivelò in seguito fallimentare. E così, il Marocco rimase escluso un po’ da tutto: dall’Europa e dall’Africa. Senza rami né radici. Il Marocco è oggi, infatti, l’unico paese africano a non far parte dell’Unione africana. Di certo non mancano i rapporti bilaterali con gli stati africani, ma questi sono quasi esclusivamente di tipo economico.

A giudicare dalle recenti politiche migratorie del governo marocchino, sembra che la tendenza generale sia quella di sempre: ovvero quella di tornare a salvaguardare i ‘rami, disconoscendo e tagliando (forse) per sempre le ‘radici’. L’impronta securitaria in tema di politiche migratorie, promossa dall’Unione europea, si abbatte come un’accetta sulle radici africane del Marocco, ovvero sulle migliaia di immigrati sub-sahariani presenti nel paese.

A partire dal mese di aprile 2012, infatti, un attacco sincronizzato, poliziesco e mediatico, contro gli immigrati africani è stato lanciato in tutto il paese: F’nideq, Tangeri, Rabat, Fès, Casablanca, Oujda e Nador. Violenze fisiche e morali, violazione del diritto nazionale e internazionale, respingimenti di massa di uomini, donne, bambini e richiedenti asilo (prima dalla Spagna al Marocco e poi dal Marocco all’Algeria), abbandono nel deserto di bambini e donne incinte, arresti arbitrari, arruolamento di teppisti per aggredire gli immigrati nelle città, nei casolari abbandonati o nei boschi in cui sono costretti a rifugiarsi. E’ questo che molti attivisti, associazioni e Ong operanti in Marocco stanno denunciando da mesi. Ma le loro grida sembrano rimbalzare contro gli enormi muri eretti nella Fortezza Europa.

Di sicuro, non si tratta di una assoluta novità; la violazione dei diritti degli immigrati sub-sahariani in Marocco è storia vecchia e già molte volte denunciata dalla stampa, così come da numerose organizzazioni, Amnesty International inclusa. Di nuovo, questa volta, c’è semmai l’uso dei teppisti per aggredire gli immigrati e la crescente violenza fisica e morale nei loro confronti, sia dalla parte delle forze dell’ordine che dai media nazionali, i quali tentano di fornire una giustificazione politica ed ideologica alle operazioni concrete della polizia e del governo.

Infatti, proprio mentre erano in corso decine di arresti di immigrati africani – costretti a firmare verbali non tradotti in una lingua a loro comprensibile e poi condotti ad Oujda, ossia la frontiera chiusa con l’Algeria, per essere lì completamente abbandonati a se stessi, non senza essere prima derubati di tutto, come spesso raccontano i testimoni – il periodico Maroc Hebdo pubblicava un articolo dai toni apertamente razzisti: “Le peril noir” (Il pericolo nero). Nell’articolo si trovano elencati tutti gli stereotipi razzisti, a cui la stampa italiana ed europea ci ha già abituati (anche se – bisogna darne atto – la settimana successiva lo stesso settimanale ha poi pubblicato le sue scuse ai lettori, contrariamente a quanto accade con i giornali italiani, che non risulta abbiano mai chiesto scusa per aver contribuito alla diffusione del razzismo). 

Gli africani sub-sahariani venivano descritti nell’articolo come trafficanti di droga, ladri, violenti, sporchi e cattivi. Mentre le donne africane erano considerate tutte come prostitute. L’articolo si concludeva affermando che la presenza degli immigrati sub-sahariani in Marocco costituisce un pericolo per il paese, per la democrazia, per la sicurezza nazionale e per l’economia marocchina, lamentando l’intervento e le proteste (inopportune secondo l’articolo) delle Ong nelle operazioni di respingimento collettivo e chiedendo maggiore sostegno da parte dell’Unione europea nel controllo delle frontiere e dei movimenti migratori in Marocco. 

L’Europa, d’altro canto, aveva già battuto un colpo, quando il 27 agosto scorso alcuni rappresentanti della polizia marocchina e spagnola si sono riuniti a Madrid per discutere della “pressione migratoria esercitata alle porte dell’enclave di Mellila”. L’esito dell’incontro lo si è potuto conoscere soltanto il 2 settembre 2012, quando circa 80 immigrati africani giunti in una piccola isola spagnola deserta, ma molto vicina alla costa marocchina, sono stati consegnati alla polizia marocchina e, quindi, respinti, senza essere ascoltati individualmente e senza neanche prendere in considerazione le loro richieste di asilo. Il quotidiano El Pais annunciava nello stesso giorno che il governo spagnolo e quello marocchino avevano deciso congiuntamente di riattivare una “clausola di riammissione” (ovvero respingimento collettivo) già contenuta in un accordo bilaterale risalente al 1992.  Per intenderci, si tratta della stessa clausola che fu utilizzata dal governo spagnolo per giustificare il respingimento dei 74 immigrati nel 2005, durante i cosiddetti “eventi di Ceuta e Mellila”, in cui trovarono la morte decine di immigrati. 

Contro il “pericolo nero’ i signori bianchi (per nascita o per scelta) si ‘difendono’ da secoli: con la schiavitù, la fame, la colonizzazione, la deportazione, l’uccisione, l’uso delle armi chimiche, ecc. E chissà quando si fermeranno.