L’emergenza suicidi non c’è mai stata, i giovani disoccupati non sono “uno su tre” e l’euro non ha portato un’inflazione del 20 per cento. Per questo Enrico Giovannini, il presidente dell’Istat, scelto dall’associazione del Mulino per la lettura annuale a Bologna, ha intitolato il suo intervento “Conoscere per decidere”, ampliando la formula di Luigi Einaudi che si limitava al “deliberare”. Se non si usano bene le statistiche, il processo democratico è compromesso. Dopo la cena nella redazione della casa editrice bolognese, con le famose lasagne che tanto piacciono a Romano Prodi, Giovannini siede al tavolo con i giornalisti e spiega perché soltanto la statistica può salvare la politica.

“Grazie alle neuroscienze sappiamo che più un messaggio è razionale, meno è probabile che attivi i circuiti neuronali che determinano i comportamenti di voto, prendiamo gran parte delle decisioni con la pancia”. E a complicare la situazione c’è che negli anni di crisi i dati economici, da quelli sul Pil a quelli sulla disoccupazione, invece di suscitare analisi razionali creano panico. Questo lo hanno capito anche i gruppi organizzati che sommergono l’opinione pubblica di numeri per dimostrare l’urgenza delle proprie istanze: “Potenzialmente ci sono infiniti problemi sociali, ma solo alcuni vincono la competizione e diventano problemi politici”, spiega Giovannini.

Per evitare di trovarsi in balia del “diluvio di dati” – troppe informazioni equivalgono a nessuna informazione – “dobbiamo tutti studiare di più, pretendere rigore scientifico da chi fornisce i dati e, per quanto riguarda noi statistici, fare come il protagonista del film Matrix, smettere di vedere il mondo come una cascata di numeri”. Giovannini ha la dimostrazione che il suo metodo funziona: nel rapporto annuale del 2010 parla per la prima volta di “Neet”, i giovani che non studiano e non lavorano, e li identifica con un valore assoluto, 2 milioni circa, invece che con una percentuale.

Tutti conoscono almeno un ragazzo che rientra nella categoria e riescono quindi a immaginare gli altri. La statistica diventa umana ed entra nel dibattito politico. Certo, poi c’è il problema che i giornali esagerano: i giovani disoccupati non sono uno su tre, come sostenuto da infiniti titoloni. Giovannini sospira: “Siamo stati costretti a cambiare la frase nei comunicati”. Ora l’Istat infatti scrive che: “Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 608 mila e rappresentano il 10,1% della popolazione in questa fascia d’età. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 35,1%”. C’è una bella differenza: significa che solo uno su dieci tra i giovani è classificabile come “disoccupato”, non uno su tre.

Ma la disinvoltura statistica nel “telefono senza fili” della comunicazione, per dirla con Giovannini, è la norma: negli anni successivi all’ingresso nell’euro, nel 2002, l’istituto privato Eurispes introdusse nel dibattito “l’inflazione percepita ” superiore al 20 per cento. Applicando i metodi normali (cioè scientifici, e non la media tra prezzi di beni non comparabili), l’Istat dimostrava che non era mai superiore al tre per cento. “Eppure per anni gli italiani hanno assistito a una colossale redistribuzione di reddito scambiandola per un’inflazione inesistente”. E pochi mesi fa Giovannini è intervenuto per chiarire che i dati non indicavano alcuna emergenza suicidi dovuti alla crisi economica: 6,1 per cento nel 2010 contro il 6,6 del 2009 (e anche in quell’anno di recessione non c’era stato alcun picco), a differenza di quanto diceva un altro istituto privato, l’Eures. “Giornalisti e opinione pubblica dovrebbero pretendere dai produttori privati di statistiche lo stesso grado di trasparenza che chiedono all’Istat, con almeno la pubblicazione della metodologia utilizzata”, osserva Giovannini. L’esempio che ha in mente è la Cgia di Mestre, che il sabato inonda le redazioni di statistiche a effetto la cui origine è assai misteriosa.

Nell’anno elettorale evitare manipolazioni dei numeri diventa una priorità. E il presidente dell’Istat ha una lista di strumenti di difesa: i giornali dovrebbero introdurre la figura dello “statistics editor”, che vigila su numeri e grafici; tutti i 18 enti di statistica pubblici dovrebbero rispondere all’Istat; i privati devono essere sottoposti a discipline analoghe a quelle dei sondaggisti e l’Istat dovrebbe poter valutare ex ante ed ex post l’impatto di leggi e programmi elettorali, come fa il Central Planning Bureau in Olanda. “Siamo pronti a farlo, se qualcuno ce lo chiede”, assicura Giovannini.

Il Fatto Quotidiano, 11 Novembre 2012